Succede che nel periodo del covid, quando le norme sul distanziamento imponevano un più rigido controllo delle condizioni igieniche anche dei lavoratori stranieri impiegati in agricoltura, viene presentata una domanda di emersione dal lavoro.
L'istanza è respinta perché il certificato alloggiativo risulta essere falso. Lo attesta una dichiarazione del Comune in cui si trova l'immobile che sarebbe stato usato come alloggio. L'amministrazione locale dice infatti che non ha nemmeno la domanda di certificato al protocollo ordinario. Il bracciante indiano che ha utilizzato il certificato alloggiativo falso, quando si vede respingere la domanda di emersione dalla Prefettura di Latina prima presenta ricorso al Tar tramite l'avvocato Marco Silipo e poi querela per il falso anche la persona che gli ha fornito la certificazione, adducendo altresì la sua buona fede. Tutto questo giro ha prodotto due risultati.
Il primo: si è appurato che qualcuno mette in giro certificazioni false di Comuni pontini. Il secondo: il Tribunale ha considerato legittimo il diniego di emersione e la revoca del permesso di soggiorno poiché, appunto, il periodo in cui avviene tutto ciò coincide con quello della pandemia, quando, le contromisure dovevano essere massime, ovunque e per tutti.
Questa storia, ricostruita in una sentenza della sezione di Latina del Tar, però, contiene anche dell'altro ed è un focus (indiretto) su cosa sia davvero accaduto agli alloggi dei braccianti che lavorano in agricoltura.
Le condizioni alloggiative che molti hanno dichiarato per le domande di emersione dal lavoro irregolare fondano su atti falsi, che i diretti interessati disconoscono. O meglio affermano di averli usati «in buona fede», ossia senza avere contezza che fossero falsi.
Tuttavia proprio tale affermazione, in questo caso e in altri, non è stata ritenuta una scriminante valida a sospendere la revoca dei permessi di soggiorno da parte dell'Ufficio che si occupa di vagliare le domande. Sullo sfondo resta una domanda: chi è perché si può permettere di «fabbricare» certificati alloggiativi completamente falsificati per allegarli a domande che, in teoria, servono a far emergere il lavoro irregolare. Sembra una beffa. E invece è tutto scritto dentro un atto giudiziario. Analoga decisione è stata assunta due settimane fa e sempre in relazione a certificati sulla idoneità degli alloggi utilizzati da lavoratori agricoli stranieri tra Terracina e Fondi, a dimostrazione che non si tratta di casi sporadici, bensì di una sorta di prassi della falsificazione allegata alle domande.