Ha interessato anche il territorio pontino l'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma sulla locale di ‘ndrangheta che aveva consolidato i propri affari nella capitale, riuscendo a imporsi in una vasta area della regione Lazio. Prima di tutto perché, come la definisce il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma che ha disposto misure cautelari per 43 dei sessanta indagati, quella sgominata con l'operazione Propaggine, era considerata una «importante cosca mafiosa con sede a Roma che poteva operare illecitamente tanto nella capitale, come a Guidonia, Latina, Aprilia e in Calabria». Tant'è vero che nel circondario del capoluogo pontino vivono tre degli indiziati, tutti di origini calabresi, due dei quali sono finiti in carcere: Francesco Condina e Francesco Greco di 41 e 43 anni, rispettivamente trapiantati nelle zone di Aprilia e Ardea, sono considerati organici a quella che gli inquirenti ritengono essere un'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il terzo, residente nella periferia di Latina, è considerato invece uno dei contatti della ‘ndrina romana per l'approvvigionamento di armi.

L'indagine condotta a partire dal 2017 dalla Direzione Investigativa Antimafia ha messo a nudo l'operatività di una locale di ‘ndrangheta che faceva riferimento a due calabresi da tempo residenti a Roma, ossia Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo, con il primo, vero e proprio punto di riferimento anche per sodalizi concorrenti, già coinvolto nel 2009 in un'inchiesta che aveva tratteggiato il suo potere nell'operazione "Café de Paris" ispirata al locale di via Veneto che l'uomo gestiva. Una vocazione, quella imprenditoriale, che la ‘ndrina ha mantenuto e consolidato: secondo i magistrati capitolini della Dda, l'associazione per delinquere di stampo mafioso era finalizzata proprio ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori, da quello ittico, alla panificazione e alla pasticceria, fino ad arrivare al ritiro di pelli e oli esausti. Oltretutto facendo sistematicamente ricorso a intestazioni fittizie con l'obiettivo di schermare la reale titolarità delle attività.

In questo contesto Condina e Greco, entrambi insospettabili, il primo operaio di un'impresa edile locale e il secondo rappresentante di dolciumi con interessi anche a Latina, sarebbero inseriti con ruoli da gregari, invitati alle riunioni importanti in gergo chiamate "mangiate", formalmente appartenenti alla Società maggiore potendo contare sulla "dote" concessa loro, una sorta di grado militare della ‘ndrina. Riguardo a Greco il giudice osserva: «Fornisce un costante contributo per l'operatività dell'associazione, in esecuzione delle direttive impartite da Antonio Carzo». In particolare è indiziato di avere partecipato alla commissione di alcuni reati come una tentata estorsione oppure nel settore degli stupefacenti, inoltre avrebbe fornito il sopporto comunicando ad altre persone le ‘mbasciate dello stesso Antonio Carzo. E più in generale «è a completa disposizione degli interessi del sodalizio e coopera con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo». Stesso ruolo contestato a Francesco Condina, come l'altro surbordinato a Carzo.

Tra gli indagati figura anche Cosimo Rositano, un calabrese di 38 anni che da tempo vive vicino Borgo Grappa perché a lui si sarebbero rivolti due personaggi di spicco della locale di Roma alla ricerca di armi. Ma oltre a documentare i loro contatti, per esigenze investigative, i detective della Dia non hanno potuto accertare l'esatto ruolo che l'uomo residente a Latina rivestiva in questa vicenda: su di lui incombe un precedente penale del marzo el 2016, un anno prima di quei contatti, quando fu arrestato dai Carabinieri di Latina per possesso illecito di un fucile e munizioni oltre ad alcune dosi di cocaina e marijuana, ma ciò non basta a supporto del sospetto che fosse o meno in possesso delle pistole di cui gli altri indagati parlano dopo averlo incontrato, oppure se avesse solo un ruolo di intermediario. Ma soprattutto non è stato accertato se le armi siano state poi consegnate o meno. Per questo il giudice ha respinto la richiesta di applicazione delle misure cautelari per Rositano, indagato in stato di libertà.