E' stato il turno di alcuni testimoni, tra cui le parti offese ieri pomeriggio nel corso del processo che si è svolto in Tribunale a Latina per la tentata estorsione avvenuta in carcere. I fatti contestati erano avvenuti nel 2021 e in aula davanti al giudice monocratico Francesco Valentini, le parti offese hanno confermato tutte le accuse che avevano portato i Carabinieri del Nucleo Investigativo ad indagare su quello che era avvenuto.
In un secondo momento erano state emesse le misure restrittive e i risvolti investigativi avevano permesso di stabilire quello che era successo. Gli inquirenti avevano anche recuperato - nel corso di una perquisizione - anche un telefono cellulare.
Anche in sede di Riesame l'impianto accusatorio aveva pienamente retto davanti ai giudici. Le indagini dei militari avevano permesso di ricostruire i fatti contestati e nel corso dell'udienza di ieri pomeriggio, le vittime hanno spiegato che avevano ricevuto delle pressioni da parte di uno degli imputati. Il ruolo centrale nell'inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Andrea D'Angeli, è ricoperto da Renato Barbieri, sottoposto ad una misura restrittiva. L'indagine aveva portato a Renato Barbieri, la sorella Roberta e la nipote Veronica Anzovino. In base a quanto ipotizzato dal magistrato inquirente, secondo l'accusa Barbieri ha indirizzato delle minacce ad un compagno di cella detenuto insieme a lui a Latina. I parenti della parte offesa - in base a quanto è emerso - avevano pagato delle somme di denaro da 150 a 600 euro per mezzo di post pay e per un importo pari a 2mila euro. Una volta che era arrivata la risposta dal Tribunale del Riesame, la Procura aveva esercitato l'azione penale e aveva chiesto il giudizio immediato anche per un altro uomo: Stefano Berto che insieme a Barbieri è ritenuto il presunto responsabile dell'utilizzo di un telefonino ritrovato dagli uomini dell'Arma in carcere nel corso di una perquisizione. In tempo reale gli investigatori avevano intercettato una conversazione telefonica dove Barbieri parlava all'esterno con i familiari che avevano il compito di prendere le somme di denaro da recuperare oggetto della presunta estorsione. Le indagini condotte oltre che dai Carabinieri anche dal personale di Polizia Penitenziaria, avevano permesso di ricostruire quello che era avvenuto nella casa circondariale di via Aspromonte e ieri in aula le accuse sono state confermate. Alla fine il processo è stato rinviato al prossimo giugno quando saranno ascoltati altri testimoni.