Prime sonore condanne nell'ambito del procedimento penale scaturito dall'inchiesta Reset con cui la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha rivalutato, attraverso le rivelazioni dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo, le condotte del gruppo criminale costituito e gestito dai fratelli Angelo e Salvatore Travali sotto la guida morale dello zio Costantino Di Silvio detto Cha Cha. Ieri mattina infatti si è concluso il processo per Francesco Viola e Giovanni Ciaravino, difesi rispettivamente dagli avvocati Giancarlo Vitelli e Francesco Vasaturo, che avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato che prevede uno sconto di un terzo della pena: il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Roma, Monica Ciancio, li ha condannati rispettivamente a 16 anni il primo e 10 anni e otto mesi di reclusione il secondo, andando ben oltre le richieste avanzate dal pubblico ministero, il sostituto procuratore Luigia Spinelli.

I fatti contestati dagli inquirenti, sulla base degli accertamenti della Squadra Mobile di Latina, risalgono al periodo antecedente all'ottobre del 2015 quando il sodalizio capeggiato dai Travali e da Cha Cha era stato sgominato con l'inchiesta Don't touch. Le dichiarazioni dei pentiti, legati a quel gruppo criminale fino agli arresti di sette anni fa - quando poi transitarono tra i ranghi della fazione opposta di Armando Di Silvio detto Lallà - hanno permesso di rivalutare le condotte di quella che è stata considerata una spietata associazione per delinquere, ipotizzando l'aggravante del metodo mafioso nel traffico di droga come nelle estorsioni, fino ad arrivare agli scontri con i concorrenti.

Tra i più bersagliati dalle rivelazioni dei collaboranti, è Francesco Viola, 41enne cognato dei Travali, tirato in ballo in una lunga serie di estorsioni rimaste sottaciute, ma poi confermate dalle vittime. Non gli è stata contestata l'appartenenza all'associazione per delinquere, ma comunque è stata riconosciuta l'aggravante del metodo mafioso essendosi avvalso, secondo la pubblica accusa, dell'appartenenza al sodalizio. Per lui la pubblica accusa aveva chiesto 14 anni di reclusione, ma il giudice, pur facendo decadere due dei capi d'imputazione contestati, ha stabilito una pena maggiore di due anni.

Per quanto riguarda invece Giovanni Ciaravino, 39 anni, considerato partecipe dell'associazione mafiosa col ruolo di referente di una piazza di spaccio, il pm aveva chiesto la pena di 10 anni e sei mesi, che il giudice ha aumentato di altri due mesi pur senza riconoscere alcune delle aggravanti. In attesa la motivazione della sentenza, i difensori stanno valutando il ricorso in Appello.