Ha interessato anche il capoluogo pontino l'ultima delicata inchiesta antiterrorismo coordinata dalla Procura Distrettuale di Roma. Nella città di Latina, infatti, gli investigatori della Digos della Questura pontina hanno perquisito l'abitazione di una famiglia di origini tunisine per acquisire telefoni smartphone, nell'ambito di un'indagine avviata per verificare sospetti su persone che hanno consultato il cosiddetto dark web, ossia l'ambiente virtuale nascosto ai comuni utenti, per accedere a siti di propaganda dell'organizzazione terroristica Isis e scaricare materiale propagandistico. Un fenomeno analizzato con l'attenzione che merita, vista la facilità con cui in passato la comunità islamica in terra pontina ha subito l'infiltrazione di fiancheggiatori del terrorismo islamico, come di soggetti che hanno scelto la strada della radicalizzazione.

L'operazione in ambito nazionale è stata affidata a un pool congiunto di Polizia e Carabinieri che sta lavorando con i rispettivi esperti di Antiterrorismo e del Ros. L'attività di monitoraggio ha avuto inizio un anno fa su impulso del Federal Bureau of Investigation statunitense (Fbi) in merito alla possibilità che una trentina di soggetti residenti in diverse città italiane, avessero avuto accesso a un sito presente solo nel dark web e riconducibile alla propaganda dello Stato Islamico, configudando così una serie di potenziali minacce terroristiche di matrice religiosa.

L'indagine è iniziata con la scrupolosa analisi di un voluminoso elenco costituito da circa duemila indirizzi Ip, quelli che identificano ciascun apparecchio durante la navigazione internet, riconducibili appunto ai visitatori del sito presente nel web nascosto. Tra questi utenti alcuni non si sono limitati a navigare nell'ambiente virtuale sommerso, ma hanno anche scaricato materiale associabile alla propaganda dell'organizzazione terroristica. Dalla mole iniziale di indirizzi Ip, attraverso verifiche incrociate, sono stati identificati appunto 29 soggetti, in parte segnalati dall'intelligence nazionale o comunque già coinvolti in pregresse attività investigative in materia di antiterrorismo perché considerati utilizzatori di profili social con cui sono stati condivisi nel tempo contenuti riconducibili alla radicalizzazione islamica.

Tra questi soggetti appunto un componente di una famiglia tunisina residente a Latina da diversi anni, abbastanza integrata nel tessuto sociale pontino. Nella loro abitazione i detective della Digos, supportando in questa indagine i reparti investigativi nazionali, hanno sequestrato alcuni smartphone che sono stati affidati agli specialisti dell'Antiterrorismo proprio per approfondire i sospetti maturati nel corso dell'inchiesta. Altre perquisizioni simili sono state effettuato anche a Roma, Milano, Torino, Ancona, Bergamo, Padova, Verona, Rovigo, Vercelli, Bologna, Cesena, Rimini, Arezzo, Foggia, Reggio Calabria, Ragusa, Trapani e Caltanissetta.

«Gli accertamenti di natura tecnica hanno documentato come vi fosse una costante consultazione dei contenuti e non una semplice visione casuale o estemporanea - si legge in una nota diramata dalla Questura di Latina - Tra il materiale rilevato vi sono video e immagini di propaganda dell'organizzazione terroristica stato islamico, raccolte nella rivista Al Naba, apparato ufficiale di Daesh, comunicati dell'agenzia di stampa Amaq, organo di diffusione delle principali operazioni Isis nel mondo, audio della casa mediatica Al Furqan e della radioemittente ufficiale di Is, Al Bayan, manuali di tecniche di combattimento e auto addestramento, oltre a file multimediali contenenti la storiografia del Califfato».