Dopo che il Tribunale del Riesame ha cristallizzato il quadro investigativo, i pubblici ministeri Martina Taglione e Andrea D'Angeli, titolari del fascicolo, hanno chiuso l'inchiesta «I pubblicani», condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina e dove i reati ipotizzati nei confronti degli indagati a vario titolo sono: lesioni, rapina e detenzione di armi. L'inchiesta è al giro di boa, dopo che i magistrati romani hanno mantenuto inalterato l'impianto accusatorio. Le indagini erano state condotte dai militari diretti dal maggiore Antonio De Lise e hanno consentito di ricostruire alcuni episodi inquietanti, come ha sostenuto anche il giudice per le indagini preliminari Giorgia Castriota nel provvedimento cautelare. In una circostanza un consumatore di droga che aveva un debito, era stato pesantemente minacciato, prima con un coltello e successivamente per dare un seguito a quell'avvertimento con una pistola puntata alla tempia.

Nel provvedimento cautelare eseguito lo scorso aprile, il gip aveva messo in luce come tutti gli indagati eccezion fatta per Artusa: «fossero inseriti in un preciso contesto delinquenziale». I primi indizi raccolti hanno poi portato a ricostruire spedizioni punitive dalle modalità allarmanti per il mancato pagamento dei debiti e in un caso si è arrivati anche ad un sequestro di persona, un fatto ritenuto indicativo sulla ferocia del gruppo. «Artusa, ha offerto un contributo morale all'episodio, posto in essere da Pes e Ciarelli assistendo i coindagati e garantendo loro un maggior senso di sicurezza e la possibilità di agire indisturbati tant'è che proprio lui, ad un certo punto li richiamava dicendo che era il momento di andare via e non era opportuno ammazzarlo lì». Quando il giudice ha motivato le esigenze cautelari, ha sostenuto che le persone coinvolte: «Sono dediti semplicemente all'attività di spaccio ma proclivi all'uso dell'intimidazione e delle violenza e nel compimento delle attività illecite di propria competenza possono contare sulla disponibilità di soldi e armi». Lo scorso maggio era stato ascoltato dal gip Amine Harrada, 41 anni, marocchino ma da diversi anni residente a Latina, ritenuto in questo caso il presunto responsabile di un altro episodio. «Senza il minimo timore che potesse essere visto da qualche passante - aveva ribadito il giudice - ripreso dalle telecamere di sorveglianza, sottrae il telefono cellulare alla parte offesa per assicurarsi che non potesse chiamare aiuto e poi sferra calci e pugni. Tutto questo appare indicativo della sua più assoluta spregiudicatezza criminale». La spedizione punitiva era avvenuta in una area di servizio tra Latina e Aprilia ed è emblematica sul modus operandi. Infine grazie ad una microspia nell'auto di Artusa si è consumato l'episodio che ha portato ad ipotizzare sia a Pes che a Ciarelli l'accusa di sequestro di persona.