Ha trovato una solida conferma l'inchiesta della Dda di Roma che ruota attorno all'indagine dei Carabinieri sfociata negli arresti dell'operazione Status Quo, nata per stroncare l'attività di spaccio che la famiglia Travali aveva messo in piedi per risollevare i propri affari dopo gli effetti delle inchieste degli anni passati. Il sigillo di approvazione per la tenuta dell'ordinanza di custodia cautelare è arrivato dalla Suprema Corte di Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno degli indagati, il quarantenne Gianluca Campoli, compagno di una Travali, finito in carcere perché ritenuto coinvolto nei traffici di droga con un ruolo di supporto piuttosto attivo. Confermando le valutazioni compiute dai giudici del Riesame sulle esigenze cautelari, gli "ermellini" hanno di fatto confermato la tenuta degli indizi.


L'indagine ruotava attorno alla piazza di spaccio gestita da Valentina Travali nell'appartamento popolare della madre nel lotto 46 di viale Pierluigi Nervi, dove all'epoca era ristretta agli arresti domiciliari per la precedente inchiesta Reset, incentrata sempre sul sodalizio criminale che i suoi fratelli Angelo "Palletta" e Salvatore, sotto la guida morale dello zio Costantino "Cha Cha" Di Silvio, avevano messo in piedi e gestito fino all'ottobre del 2015.
Quindi non potendo muoversi di casa, secondo gli investigatori Valentina Travali doveva contare sull'aiuto di alcuni suoi familiari, compreso il cognato Gianluca Campoli, per questo finito in carcere. Tuttavia, dopo essersi visto negare il ricorso una prima volta dal Tribunale del Riesame con decisione del 5 maggio, il quarantenne ha tentato la strada della Cassazione, adducendo violazione di legge, nella sentenza del Riesame, per avere «omesso di indicare specifiche e attuali circostanze da cui poter desumere l'esistenza della indicata esigenza di cautela, confondendo il rischio di recidiva con la gravità indiziaria» tenendo conto oltretutto del fatto che il suo ruolo era subordinato a quello degli altri indagati, tutti detenuti.