E' stato il contatto con Antonino Mordà, un imprenditore «espressione della ndrangheta» (cosca Araniti) a far scattare una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per i fratelli Giampiero e Sergio Gangemi. Il provvedimento del gip del Tribunale di Reggio Calabria riprende il procedimento della Procura di Roma e la vicenda dell'usura su cui si è già arrivati alla sentenza di Appello. I Gangemi sono presenti a Latina da tempo e già nel 1993 ai due fratelli e al padre Pietro furono applicate misure di confisca dei beni. Il capostipite, come riporta l'ordinanza, era indicato come un «imprenditore che agiva per conto dapprima della cosca Araniti, quindi della cosca De Stefano». Buona parte del capitolo di indagine loro dedicato si fonda sulle dichiarazioni di alcuni pentiti e viene ricordato, tra l'altro, il provvedimento di confisca della società «Lucente srl», intestata a terzi ma riferibile a Sergio Gangemi «impegnato con il fratello Giampiero nel settore dell'acquisto e vendita di automobili». Scrive il gip Antonino Foti: «Vi sono solidi e variegati rapporti che legano la famiglia Gangemi alle principali cosche originarie del quartiere cittadino (di Reggio Calabria ndc) Archi che rappresentano il Gotha della Ndrangheta reggina. Va evidenziato come siffatte relazioni fossero foriere di rilevanti profitti, riciclati dai Gangemi in ulteriori attività criminose». A questo proposito viene citata la storia del prestito usurario nel caso Radiomarelli. C'è anche dell'altro e afferisce ancora la biografia economica dei due fratelli: «...nel presente procedimento, è stato accertato come identica modalità criminale fosse adottata anche da Giampiero Gangemi, nell'ambito di una consolidata sinergia e promiscuità operativa con il fratello Sergio, generante l'incrocio di rilevanti flussi finanziari tra le imprese loro riferibili, benché intestate a terzi».