A distanza di quattro anni dal suo arresto nell'ambito dell'operazione Alba Pontina che gli è costata una condanna in primo grado a 24 anni di reclusione, Armando Di Silvio detto Lallà lamenta gravi problemi di salute e per questo vorrebbe lasciare il carcere. Ma una volta che il Tribunale di Latina, con pronuncia del settembre dello scorso anno, gli ha negato la possibilità di ottenere gli arresti domiciliari, e dopo essersi visto respingere l'appello dal Tribunale del Riesame di Roma con decisione del novembre scorso, anche la Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa del latinense di 56 anni considerato il capo di un feroce sodalizio criminale che ruotava attorno al suo nucleo familiare e si era imposto nel capoluogo con metodi mafiosi, nel campo delle estorsioni come nello spaccio di droga.
In virtù di una perizia medica di parte che attestava come la «grave disabilità psichica che affligge il signor Di Silvio non è certamente fronteggiabile nell'ambiente carcerario di Uta», la difesa di Armando Di Silvio aveva presentato un'instanza al giudice del Tribunale di Latina e poi ha affrontato i successivi ricorsi, con l'obiettivo di ottenere una misura restrittiva meno afflittiva della detenzione in carcere, tenendo conto che Lallà è sottoposto al regime dell'alta sicurezza. La difesa lamentava vizi di motivazione nella pronuncia del Tribunale del Riesame, contestando anche la scelta di non effettuare una perizia d'ufficio, mentre la Suprema Corte di Cassazione ha riconosciuto come la sentenza d'appello avesse debitamente tenuto conto di tutti gli aspetti al centro del reclamo.