Il rapporto sulle mafie nel Lazio, che sarà presentato oggi con un nitido focus su Latina, è uno specchio. Riflette le carte della Dda, i processi che hanno una cadenza settimanale e a volte giornaliera nell'ufficio giudiziario di piazza Bruno Buozzi, i frammenti delle ordinanze, le deposizioni in aula. Il report definisce la criminalità pontina «un sistema». È quanto emerge dal rapporto curato dall'Osservatorio tecnico-scientifico per la Sicurezza e la Legalità e basato sui dati raccolti dalla Direzione Distrettuale Antimafia.

I processi dove viene contestata l'aggravante mafiosa dal 2019 ad oggi a Latina hanno raggiunto la doppia cifra e l'elenco è lungo. Alcune volte in Tribunale soltanto in un giorno sono state celebrate fino a tre udienze con la contestazione dell'aggravante del metodo mafioso. E' un dato di primissimo piano. Inoltre nella relazione c'è un riferimento alla parola omertà, è molto significativo. La premessa per introdurre i fatti e le dinamiche criminali parte dalle condanne. E' il caso del processo Caronte nei confronti del clan Ciarelli e Di Silvio che si è concluso con una sentenza passata in giudicato e che affonda le radici nelle indagini della Squadra Mobile dopo lo scoppio della guerra criminale del 2010.

Ma nella relazione c'è un ampio riferimento ad un altro tra i processi più importanti di sempre come Alba pontina, fino agli ultimi della Dda.
Emerge inoltre un altro aspetto fondamentale: le persone offese non hanno denunciato e i testimoni spesso in aula hanno ritrattato le precedenti dichiarazioni perchè intimiditi. Ma c'è di più: in alcuni casi è stato difficile trovare dei periti per le traduzioni delle intercettazioni sia telefoniche che ambientali.

«Il clan Di Silvio è un gruppo criminale che controlla il territorio capace di una straordinaria forza intimidatrice che ha assoggettato intere categorie di professionisti con interessi oltre il territorio pontino», è la conclusione degli analisti. Latina, luogo in passato di radicamento di mafie tradizionali, adesso ha sviluppato alcune mafie autoctone. I clan sono stati utilizzati come fornitori di servizi criminali sia ad imprenditori che ad esponenti politici. Questo nuovo approccio è stato rivelato dai collaboratori di giustizia: da Renato Pugliese ad Agostino Riccardo come riportato nel dossier. Ma c'è un'altra caratteristica tipica dei sistemi criminali di Latina: la relazione forte tra il mondo della criminalità organizzata di stampo mafioso e la borghesia criminale locale: «Si muovono spesso in osmosi alimentando l'una e l'altra». La relazione sottolinea inoltre che «nessuno tra avvocati, imprenditori e commercianti osa ribellarsi, al massimo si chiede la mediazione». Nel rapporto vengono elencate tutte le inchieste più importanti e viene descritto anche il contesto criminale delle altre aree della provincia: da Aprilia a quella del Lazio meridionale.
«Nel territorio di Aprilia coesistono importanti organizzazioni criminali autoctone e consorterie criminali di provenienza extra regionale riferibili alla ‘ndrangheta ed al clan dei casalesi. Nel Lazio meridionale - sottolinea il report - le camorre hanno costituito e rafforzato basi operative consolidando un reticolo di relazioni e rapporti con parti dell'imprenditoria e con parte della classe dirigente pontina. Le camorre nel Lazio meridionale costituiscono un punto di riferimento anche per le mafie autoctone del capoluogo come attestano numerose indagini». Infine ecco il modello: «Nel Basso Lazio si affaccia il modello delle piazze di spaccio di Napoli e questo territorio subisce l'influenza campana dal punto dei vista criminale». Oggi la presentazione del dossier.