Hanno cercato di smontare pezzo per pezzo il mosaico investigativo composto dai pubblici ministeri Luigia Spinelli e Corrado Fasanelli della Dda. Dalle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Agostino Riccardo, ai verbali dei testimoni dell'accusa, tra cui anche la parte offesa dell'estorsione: l'imprenditore di Pescara che aveva un debito con l'azienda di Gina Cetrone.

Le difese hanno tentato di ribaltare tutto l'impianto accusatorio che per gli inquirenti invece è solido e coerente. Dal capitolo dei manifesti elettorali all'estorsione. In oltre quattro ore hanno parlato i difensori di Armando Lallà Di Silvio e Gianluca Di Silvio e dell'imprenditore Umberto Pagliaroli. «Non vi è il minimo riscontro al narrato del collaboratore di giustizia - è stato l'esordio dell'avvocato Oreste Palmieri che assiste Armando e Gianluca Di Silvio - questo processo al mio assistito ha tolto la dignità e anche un figlio: Samuele. Non ci sono riscontri al coinvolgimento diretto di Armando Di Silvio, sono intercettazioni neutre come è emerso nel corso dell'udienza e non vi è alcun tipo di contatto con gli altri imputati. Riccardo faceva le estorsioni, come le chiamava lui, perchè veniva a conoscenza di alcune storie e spendeva il nome dei Di Silvio quando sapeva di qualcuno in difficoltà ad esempio nei pagamenti. E non vi sono elementi che la Cetrone abbia dato dei soldi a Riccardo Agostino». Il legale, dopo aver attaccato su più fronti la credibilità del collaboratore di giustizia, ha preso in esame l'incontro tra l'imprenditore abruzzese, Gina Cetrone e Umberto Pagliaroli a casa della madre dell'ex consigliera.