Il processo è da rifare. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che ha accolto i ricorsi della famiglia di Andrea Leo, il 26enne di Aprilia che la sera del 2 settembre 2010 morì in un tragico incidente sulla via Nettunense. Il ragazzo, in sella ad uno scooter, si schiantò contro una Fiat Punto in fase di svolta a sinistra. Al volante della vettura, Luisa Patrizi che sia in primo grado che in secondo, è stata assolta dall'accusa di omicidio colposo - non c'era ancora la fattispecie di omicidio stradale.
La Punto stava procedendo verso Anzio quando ha rallentato e ha iniziato a svoltare a sinistra per entrare in una proprietà.


In quel momento però sopraggiungeva, nella stessa direzione, Andrea in sella ad un maxi scooter che stava effettuando un sorpasso. Il centauro si è accorto della vettura, ha inchiodato ed è caduto. Lo scooter è finito contro la vettura, mentre andrea è scivolato per diversi metri impattando contro un albero. L'impatto è stato devastante. I rilievi hanno stimato una velocità, al momento dello scontro, di circa 95 chilometri orari.
Le due sentenze di primo e secondo grado hanno confermato la tesi «che non vi fossero elementi univoci per affermare la penale responsabilità della Patrizi, la quale avrebbe in realtà eseguito in modo regolare la manovra di svolta a sinistra, mentre sarebbe stata accertata in modo univoco la colpa del Leo, consistita nella velocità certamente eccessiva da lui tenuta, procedendo contromano in manovra di sorpasso, ciò che avrebbe avuto portata scriminante rispetto alla posizione dell'imputata». In pratica la donna, che viaggiava con i due figli in macchina, non si è accorta e per i due gradi di giudizio, non avrebbe potuto accorgersi dell'arrivo dello scooterone. Quindi non avrebbe potuto evitare l'incidente. La colpa è stata quindi al 100% della vittima.
Il ricorso in Cassazione invece, presentato dalle parti civili, puntava a sottolineare che al contrario bisognava censurare la manovra della Patrizi nello svoltare a sinistra che non avrebbe osservato «la necessaria cautela e senza preventivamente accertarsi se sopraggiungessero altri veicoli».
La condotta della vittima, per i ricorrenti, non sarebbe stata «in alcun modo imprevedibile e, al più, potrebbe trattarsi di una causa concorrente dell'evento, inidonea a interrompere il nesso eziologico tra la condotta dell'imputata - che ben poteva e doveva accorgersi del sopraggiungere del motociclo - e la morte del Leo».
La Cassazione ha deciso di accogliere il ricorso imponendo un nuovo processo sollevando un'unica censura: la donna era tenuta a controllare o con sguardo diretto, o attraverso gli specchietti retrovisori, la corsia che andava a impegnare e l'eventuale sopraggiungere di mezzi anche da tergo. Quindi nei due gradi precedenti si sarebbe dovuto accertare se tutto ciò, così come l'uso delle frecce per segnalare la manovra, sia stato osservato. Inoltre si sarebbe dovuto accertare da quale distanza la Patrizi avrebbe potuto vedere il motociclista in avvicinamento per poi poter evitare l'impatto.
« La sentenza impugnata - conclude la Corte - va perciò annullata, con rinvio per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado di appello, cui va pure demandata la regolamentazione tra le parti delle spese di questo giudizio di legittimità».