Il verdetto di primo grado del processo «Scheggia» che ha avuto come principale imputata l'ex consigliera regionale, Gina Cetrone, condannata per estorsione con metodo mafioso e contatti con esponenti del clan Di Silvio, ha portato degli strascichi inattesi. La Cetrone, condannata a sei anni e mezzo di reclusione, ha postato sulla sua pagina social un attacco violento ai giudici che hanno pronunciato il verdetto all'esito di un lungo e articolato dibattimento, nonché i magistrati che hanno sostenuto l'accusa, i poliziotti che sono stati sentiti come testimoni e i giornalisti che hanno seguito il processo, definendo tutti «una vera e propria associazione per delinquere». Nello specifico dei cronisti scrive: «... giornalisti che si rinchiudono nelle stanze dei pm raccontando ciò che i pm vogliono far scrivere, senza riportare quanto dichiarato dai testimoni stessi della pubblica accusa...». Affermazioni molto gravi in spregio alla libertà di stampa e relative peraltro ad un processo seguito da più cronisti con resoconti fedeli resi possibili sempre anche grazie alla disponibilità del Tribunale di Latina che ha consentito l'accesso ai giornalisti anche durante le restrizioni da pandemia diversamente da tanti altri uffici giudiziari.