Tra un mese la sentenza. Ieri in Corte d'Assise d'Appello a Roma il Procuratore generale Mario Ardigò ha chiesto la conferma della condanna a 14 anni per l'avvocato Francesco Palumbo, accusato di aver ucciso Domenico Bardi, 43 anni, sorpreso mentre stava rubando nella casa dei genitori del professionista pontino. L'omicidio era avvenuto nel giardino condominiale di via Palermo il pomeriggio del 15 ottobre del 2017.

Palumbo, oltre che di omicidio volontario, era stato condannato anche per il tentato omicidio di un complice della vittima, Salvatore Quindici (preso di striscio ad una spalla) e che era riuscito a scappare. Il Procuratore generale ha parlato per trenta minuti, ricostruendo i fatti, mimando anche il gesto dello sparo. Ha detto nel corso dell'intervento che da parte dell'imputato c'era la volontà di uccidere e che ha sparato intenzionalmente ed era andato lì: «per fare una guerra».

Dopo la requisitoria della pubblica accusa in aula ha parlato uno dei legali di Palumbo, l'avvocato Tommaso Pietrocarlo, che in più di un'ora e mezza ha cercato di sconfessare l'impianto accusatorio chiedendo alla fine l'assoluzione, puntando su una serie di elementi ritenuti incongruenti. Ha sostenuto che ci siano evidenze scientifiche da cui emerge che non c'era la volontà di uccidere.

Tutta la sequenza è durata undici secondi ed è impensabile - è la prospettazione della difesa - che in questo brevissimo arco di tempo l'imputato abbia avuto il tempo di mirare. E inoltre - come avevano sostenuto i legali dalle motivazioni della sentenza della Corte d'Assise di Latina - l'imputato si è ritrovato a fronteggiare una situazione imprevista con tre persone e come ha detto anche uno dei testimoni, (un complice di Bardi) in quei momenti tremava. La difesa ha aggiunto che quando sono partiti i colpi, i primi sono andati a vuoto, gli ultimi sei sono andati in aria e che Palumbo se avesse voluto uccidere poteva sparare alla persona che aveva di fronte: Antonio Bellobuono, e non lo ha fatto. Durante il processo di primo grado il legale pontino aveva riferito di aver avvertito un concreto pericolo per la sua incolumità e di aver aperto il fuoco andando in confusione perché si era sentito minacciato. «Le dichiarazioni alle ragioni di portare l'arma, giustificata con motivi di prudenza, appaiono inverosimili», avevano osservato i giudici nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso aprile.

Nel corso della prossima udienza fissata per il 13 gennaio è prevista l'arringa dell'avvocato Leone Zeppieri che difende insieme al collega l'imputato e a seguire i giudici entreranno in camera di consiglio. Subito dopo usciranno con la sentenza.