I membri del consiglio di amministrazione della cooperativa Karibù sono stati interdetti dai rapporti con le pubbliche amministrazioni per 12 mesi e hanno anche il divieto temporaneo, della stessa durata, di esercitare imprese e uffici direttivi di persone giuridiche. Le misure cautelari del gip Giuseppe Molfese, in accoglimento di conforme richiesta della Procura di Latina, sono state notificate ieri da polizia e guardia di finanza a Marie Terese Mukamitsindo, l'amministrarice della coop già indagata per malversazione e al centro dello scandalo sull'uso dei soldi del Ministero dell'Interno destinati all'accoglienza. La misura interdittiva, oltre a lei, ha riguardato Michael Rukundo, 38 anni, Liliane Murakatete, 45 anni, entrambi figli di Marie Terese, nonché Richard Mutangana, 46 anni, Ada Ndongo Ghislaine, 42 anni, Christine Kabukona, 52 anni, tutti residenti tra Latina, Sermoneta e Sezze e con ruoli apicali sia in Karibù che nel consorzio Aid e nell'associazione di promozione sociale «Jambo Africa».
La genesi
Il provvedimento parte da un'evasione fiscale contestata per gli anni tra il 2015 e il 2019 attuata attraverso la registrazione di fatture per operazioni inesistenti. Infatti l'ordinanza del gip colpisce anche il lato finanziario e, in specie, attua un sequestro preventivo ai fini della confisca, anche per equivalente, per una somma complessiva di circa 650mila euro. Le indagini non sono finite e adesso muovono su ulteriori fronti che afferiscono i rapporti del cda della coop con altri soggetti giuridici e persone fisiche. Dagli atti emerge che Karibù utilizzava fatture per operazioni inesistenti emesse dalla «Jambo Africa» a Sezze.
Fantasmi
Tra le attività considerate fantasma c'è anche quella fatturata nel 2015 per «spese di vitto e alloggio ospiti», dunque per i centri di accoglienza. I protagonisti di questa storia, come si era capito dal primo momento, sono Marie Terese e i due figli. E infatti alla prima è stato applicato un sequestro per equivalente pari a 639mila euro e ai due figli Michel e Liliane, 13mila euro circa ciascuno. Scrive il giudice Molfese che questa indagine ricostruisce «un collaudato sistema fraudolento fondato sull'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente e oggettivamente inesistenti e altri costi inesistenti, adoperati dalla Karibù nelle dichiarazioni relative agli anni 2015-2016-2017-2018-2019, non solo con la specifica finalità evasiva (inserendo in dichiarazione costi non deducibili) ma, altresì, per giustificare in sede di rendicontazione, la richiesta di finanziamenti alla Direzione Centrale del sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati'». La prima informativa della Guardia di Finanza su questo aspetto dello scandalo Karibù risale a febbraio 2021 e in quel documento si sottolinea come la coop di Sezze abbia «percepito fondi pubblici da diversi enti statali, poiché è stata ente attuatore di diversi progetti indicati come cas (centri accoglienza straordinaria), Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), Servizio accoglienza minori e progetto Reteantitratta». La legge vincola gli enti attuatori ad una rigida documentazione per garantire la tracciabilità dei finanziamenti pubblici ed è in questo contesto che si sono inserite le finte fatturazioni, necessarie per giustificare le richieste di accesso ai contributi o la rendicontazione dell'appalto dei Cas.
Movimenti finanziari
Sin dai primissimi accertamenti della Guardia di Finanza «sono stati riscontrati prelevamenti in contanti, bonifici verso l'estero, una difficile rendicontazione delle erogazioni, una gestione contabile non trasparente e distrazioni di denaro per finalità estranee alla gestione dei progetti...», si legge nell'ordinanza. Inoltre vengono sottolineate le pessime condizioni delle strutture gestite, motivo per il quale la Prefettura di Latina aveva già elevato multe per un totale di circa 400mila euro. Il gip definisce «allarmante» la qualità dei servizi erogati oltre ai dubbi sull'effettiva finalità dei progetti pubblici «come relazionato all'esito delle verifiche ispettive eseguite presso le varie strutture di accoglienza».
Le condizioni igieniche
Tra le anomalie gravi segnalate in quei sopralluoghi c'erano il soprannumero di ospiti le carenti condizioni igieniche nonché l'assenza di derattizzazione e deblattizzazione nonché «più genericamente la scarsità delle prestazioni fornite». In questo contesto volavano attestazioni contraffatte su costi e forniture, dove la Karibù è beneficiaria delle fatture indicate in dichiarazione mentre i soggetti emittenti erano Jambo e Consorzio Aid Italia. Dagli elementi acquisiti finora «emergono indici univoci per ritenere la Jambo e il Consorzio Aid strutture satelliti riconducibili alla sola Karibù risultando essere schermi fittizi per l'esecuzione di un illecito meccanismo fraudolento a gestione familiare...».
Le qualifiche ricoperte nel corso degli anni facilmente evidenziabili dalle stesse imputazioni da Marie Terese e dai figli Michel e Liliane confermano proprio questo aspetto di controllo dei conti tutto familiare. Nonostante i molti riscontri contabili e i verbali di accertamento allegati all'inchiesta, ciò che colpisce di più sono le testimonianze rese durante sommarie informazioni da alcuni collaboratori, la cui condizione è sollevato il velo su questo scandalo a partire da aprile scorso.
La testimone
Una ormai ex dipendente ha riferito al pm Andrea D'Angeli di «aver lavorato alle dipendenze della Karibù prima di licenziarsi prospettando il mancato pagamento degli stipendi, le strutture fatiscenti e le pessime condizioni nelle quali erano tenuti i ragazzi accolti», ossia i minori non accompagnati.Karibu,