Saracinesche abbassate per le due attività di Formia, ovvero "Bar-Gelateria Santoro" ed il ristorante "Pesce Matto", che lo scorso primo dicembre sono state oggetto di una interdittiva antimafia firmata dal Prefetto di Latina, Maurizio Falco, e gestite da una società il cui titolare, Lorenzo Santoro, 29 anni e originario di Bova Marina, è ritenuto essere dalla Prefettura e dai Carabinieri di Formia in uno stretto collegamento con la cosca di 'ndrangheta dei Talia. La ‘ndrina Talia è infatti proprio radicata a Bova in provincia di Reggio Calabria. La notifica è arrivata agli uffici comunali di Formia solo lo scorso 14 dicembre, dove è passata al vaglio del dirigente Domenico Di Russo che ha provveduto successivamente ad attivare le procedure necessarie.

La licenza del signor Santoro è stata infatti dichiarata inefficace, mentre il dehors posizionato nell'area antistante la pasticceria, è stato rimosso. "Non sappiamo quali saranno le azioni che, l'ormai ex, gestore intraprenderà – hanno commentato dalla casa comunale – potrebbe fare ricorso al Tar contro il provvedimento del Prefetto e di conseguenza contro il nostro. In quanto amministrazione tutto ciò che era in nostro potere lo abbiamo messo in campo. I tempi della burocrazia li conosciamo tutti purtroppo, solo pochi giorni fa la Prefettura di Latina ci ha notificato l'interdittiva nei confronti dell'imprenditore 29enne, e non appena ci è stato comunicato, siamo intervenuti tempestivamente per rispettare le decisioni del Prefetto e sgomberare l'area in cui insisteva il gazebo".

Proprio il dehors, prima ancora che arrivasse la notizia di interdittiva antimafia per uno dei due locali, è stato oggetto di un'ordinanza emessa lo scorso 22 settembre, poiché svolgeva la sua attività sul suolo pubblico senza alcuna autorizzazione da parte del Comune. Quell'ordinanza, benché fosse stata regolarmente notificata, non è stata mai eseguita. Da qui la decisione del neo comandante della Polizia Locale del Comune di Formia, Domenico Di Russo di effettuare, all'indomani della firma delle due interdittive antimafia del Prefetto Falco, un sopralluogo con l'intento di accertare eventuali responsabilità sul mancato rispetto dell'ordinanza. Una storia, quella del giovane imprenditore, che secondo gli inquirenti ha avuto inizio pochi mesi dopo l'apertura del bar di Formia, nel 2020, che hanno infine portato al provvedimento firmato nei giorni scorsi dal prefetto Falco: i rapporti di parentela, le amicizie, le frequentazioni oltre alla presenza nei due locali di Formia di dipendenti anch'essi considerati riconducibili alla criminalità organizzata. Un quadro che ha evidenziato una classica ipotesi di infiltrazione economica della malavita, in questo caso la ‘ndrangheta, in attività economiche. Al termine degli accertamenti infatti, gli investigatori hanno rilevato che il quadro indiziario ha fatto emergere elementi da cui poter "fortemente desumere che l'attività di impresa avviata a Formia possa agevolare anche in modo indiretto le attività criminose o anche solo esserne condizionata" a cui si aggiunge la totale assenza di volontà del titolare di troncare i rapporti con i contesti criminali calabresi, diversamente da quanto aveva affermato agli inquirenti.