Quasi tre ore di testimonianza in videoconferenza da una località protetta. Nel processo per l'omicidio di Massimiliano Moro entra il collaboratore di giustizia Renato Pugliese. Ha descritto il contesto storico in cui è maturato l'omicidio, il peso criminale della vittima e le modalità della rapida azione nell'appartamento di Largo Cesti a Latina.
«Era una risposta immediata all'agguato di Pantanaccio». Pugliese ha confermato il contenuto delle dichiarazioni rilasciate ai magistrati della Dda che fanno parte dell'ordinanza di custodia cautelare. E' partito da lontano, dal primo incontro con Moro di ritorno dal Venezuela. «Ero il suo pupillo, mi trattava quasi come un figlio, lo conobbi nel 2005, mi fermò in piazza del Popolo, conosceva mio padre Costantino Cha Cha Di Silvio e gli avevo ispirato fiducia. Che persona era? Poteva spendere anche mille o duemila euro a sera, conosceva tutti nella malavita ma aveva rapporti anche con imprenditori della città. Era uno che non si fidava: se gli davi un appuntamento era capace di stare lontano ad osservare con un binocolo se arrivasse qualcuno».
Il collaboratore di giustizia ha parlato di quando ha contratto un debito con la famiglia Ciarelli che non aveva saldato ed è stato minacciato da Carmine Ciarelli. Sul movente e le modalità dell'esecuzione, poche ore dopo l'agguato al Pantanaccio, ha rivelato che erano informazioni raccolte da Giuseppe Pasquale Di Silvio, riferite a sua volta da un'altra persona. «Erano andati in sei, Grenga ha sparato due colpi, Andrea Pradissitto era sulle scale e fu lui a citofonare tre volte. Nell'appartamento era salito Macu Ciarelli, Antogiorgio e Furt aspettavano sotto».