Renato Pugliese è in collegamento da un sito protetto. Inizia la sua deposizione nel cuore del pomeriggio nella seconda udienza del processo Scarface, dove viene contestata l'aggravante delle modalità mafiose ai componenti del clan Di Silvio, riconducibili all'ala di Giuseppe Romolo. La testimonianza del collaboratore di giustizia è orientata alla ricostruzione storica degli equilibri e nella descrizione della forza e nel carisma di Giuseppe Romolo. Pugliese prima di tutto motiva di fronte alle domande dell' accusa la scelta di collaborare con la giustizia, ripercorre le tappe della sua vita dal primo arresto quando era un minore, «Era l'otto aprile del 2003» ricorda, e analizza rispondendo alle domande del pm il suo rapporto con Giuseppe Romolo Di Silvio, ritenuto il leader del clan di Gionchetto.
«Lo conosco da molti anni, è il cugino di mio padre Costantino Cha Cha Di Silvio ed è mio zio. Quando ci furono gli arresti nel 2010, mi feci avanti per aiutarli e mi ero messo a disposizione, era pur sempre un Di Silvio», ha detto Pugliese. «C'è stato inoltre un momento storico, quando le cose non andavano più come prima, durante il quale le persone non volevano avere a che fare con loro. C'era grande timore. Mandavo i saluti a Romolo quando ero in carcere e lui era informato che gli stavo dando una mano, li rifornii di droga a basso prezzo senza guadagnarci sopra».