I giudici del Tribunale del Riesame hanno accolto il ricorso del capitano dei carabinieri Antonio Calabresi, coinvolto nel caso Zuppardo e indagato per le ipotesi di reato di peculato e corruzione. La Procura aveva chiesto l'arresto per l'ufficiale dell'Arma in occasione del ricorso discusso nei giorni scorsi dopo che un'altra sezione del Riesame aveva disposto come misura cautelare quella dell'interdizione. I magistrati romani alla fine hanno condiviso la prospettazione dei legali del militare.

E' stato un lungo braccio di ferro tra accusa e difesa, iniziato con le richieste del pm Valentina Giammaria e del Procuratore Giuseppe de Falco, titolari dell'inchiesta nata sulla scorta delle dichiarazioni rilasciate dal pentito Maurizio Zuppardo. Una volta intrapreso il percorso di collaboratore aveva riferito dei suoi rapporti di confidente. La Procura aveva chiesto l'applicazione delle misure cautelari per alcuni carabinieri in servizio all'epoca dei fatti al Comando Provinciale di Latina. Il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Cario aveva respinto la richiesta del carcere (oltre che per Calabresi anche per altri militari, per alcuni erano stati chiesti i domiciliari), sostenendo che gli elementi raccolti riconducibili solo ed esclusivamente alle dichiarazioni del collaboratore non erano sufficienti e solidi per emettere un provvedimento cautelare. In un secondo momento la Procura aveva impugnato il diniego presentando ricorso al Riesame, che aveva disposto per Calabresi la misura cautelare dell'interdizione dai pubblici uffici, a quel punto la difesa, rappresentata dagli avvocati Gianmarco Conca e Gaspare Dalia, ha intrapreso una nuova azione giudiziaria con un ricorso in Corte di Cassazione.

Lo scorso 20 settembre i magistrati della Suprema Corte hanno accolto il ricorso nei termini in cui uno dei capi d'imputazione era stato annullato ai fini delle esigenze cautelari, mentre per quanto riguarda il resto dell'ordinanza impugnata, era stato disposto l'annullamento con rinvio al Riesame per una nuova valutazione. Nei giorni scorsi il Riesame si è espresso condividendo la prospettazione della difesa che aveva sostenuto l'inattendibilità delle dichiarazioni. Nel corso dell'inchiesta la Procura aveva chiesto come misura restrittiva quella del carcere per atti contrari ai doveri di ufficio. Secondo quanto aveva dichiarato il collaboratore di giustizia in cambio di qualche soffiata investigativa, il pentito avrebbe goduto di un trattamento di favore con una serie di benefici. Inoltre aveva aggiunto nel corso delle sue deposizioni che avrebbe ricevuto dagli uomini dell'Arma la droga sequestrata in occasione di alcuni controlli. Nei giorni scorsi è arrivata la decisione dei magistrati romani che si sono pronunciati con l'annullamento della misura.