I sodali del giudice Giorgia Castriota, cioè il commercialista Ferraro e l'avvocato Vitto, se lo dicono con grande chiarezza in una delle conversazioni intercettate: la vera preoccupazione del giudice è quella di perdere il controllo dei beni sequestrati a Fabrizio Coscione, dunque di non potersi avvalere dei suoi amici per l'affidamento degli incarichi giudiziari, e quindi di non poter continuare ad ottenere da loro i versamenti mensili di denaro grazie ai quali, ormai da cinque anni, poteva condurre un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità. Non è una folgorazione quella del coadiutore giudiziario e del rappresentante legale delle società sotto sequestro; tutti e due pagano il giudice in cambio degli incarichi ottenuti. Quello che stupisce, leggendo l'ordinanza di custodia cautelare del Tribunale di Perugia, è invece la persistente cecità di un buon pezzo della Procura della Repubblica di Latina, che non vede e nemmeno sospetta cosa si agiti dietro l'iperattivismo della Castriota che non si fa alcuna riserva nel tartassare di telefonate, a qualsiasi ora del giorno e della sera, i pubblici ministeri titolari dei procedimenti sul conto di Fabrizio Coscione. Quella di Giorgia Castriota appare come una corsa contro il tempo che inizia nel novembre 2022 e si ferma soltanto un paio di settimane fa contro il muro dell'ordinanza di custodia cautelare: il Gip vuole distruggere Coscione perché teme che l'imprenditore, con i suoi avvocati, possa riuscire a sottrarsi, anche soltanto in parte, alla morsa dei sequestri; quando un giudice monocratico si pronuncerà per l'incompetenza territoriale del Tribunale di Latina, trasferendo il procedimento di Coscione al Tribunale di Velletri, le cose sembrano precipitare. La corsa della Castriota si fa affannosa e spesso scomposta. Procura e Tribunale dovrebbero essere due universi separati, a garanzia dell'imparzialità dei giudici rispetto alla magistratura inquirente, ma il caso Castriota sembra venir fuori da un manuale di controinformazione giudiziaria, messo lì a dimostrare come le regole possano saltare, i confini possano essere violati e con quelli possano essere divelti i paletti delle garanzie degli indagati e degli imputati.

Le pressioni di Giorgia Castriota sui pubblici ministeri di Via Ezio sono incontenibili quanto inammissibili, ma non sembra vengano percepite come inaccettabili dai destinatari.
Il Gip insiste nel sostenere la tesi secondo cui, malgrado la dichiarata incompetenza territoriale, l'amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati debba restare nelle sue mani. Quando le giunge notizia che la Procura di Velletri si apprestava a dissequestrare parte del patrimonio di Coscione finito sotto chiave, decide di correre ai ripari con la ferma determinazione di arrivare a disporre un nuovo sequestro prima che i colleghi veliterni accolgano la richiesta dei legali dell'indagato. Quello che è singolare e improprio, è che il Gip condivide la sua strategia con i pubblici ministeri: parla con loro della sua intenzione di aggredire non soltanto i beni, ma stavolta anche i consorzi gestiti dall'indagato; vuole mettere in ginocchio Coscione per farlo fallire. «Non ve fate scappà a Coscione che lo voglio vedè in galera» dice la Castriota a un pm in una conversazione telefonica del 2 febbraio 2023.

Il magistrato non si scandalizza, non prende le distanze, non si dissocia da quell'atteggiamento persecutorio. Nessuno si dissocia neanche quando Giorgia Castriota spinge per ottenere una richiesta di sequestro dei beni, sostenendo di essere pronta a firmare in tempo reale il relativo provvedimento. E neppure quando il Gip annuncia che sono pronte le istanze di fallimento. Neanche quando chiede ai pubblici ministeri di adoperarsi per convincere la Guardia di Finanza a ritardare l'esecuzione del dissequestro emesso dalla Procura di Velletri.
Poi finalmente un Pm si rende conto e va dal Procuratore Capo a manifestare il proprio dissenso per il provvedimento firmato dal Gip, che contiene misure mai richieste dalla Procura.
Il Procuratore fa quello che deve. Siamo alla fine di marzo, la strada di Giorgia Castriota è segnata. I conti con i suoi rapporti con gli inquirenti sono invece ancora tutti da fare.