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04.01.2026 - 21:00
L'avvocato Nicodemo Gentile e la psicologa forense Gabriella Marano
Un femminicidio per interposta persona. È la grande novità giuridica della sentenza che ha condannato all’ergastolo Christian Sodano, colpevole di aver ucciso Nicoletta Zomparelli e Renée Amato, rispettivamente madre e sorella della sua ex fidanzata, Desiree Amato. «Una sentenza storica e coraggiosa che per la prima volta riconosce questo tipo di femminicidio» spiega l’avvocato Nicodemo Gentile che assieme agli altri professionisti dello studio Indago ha rappresentato il Comune di Cisterna di Latina come parte civile nel processo. «Il giudice Gian Luca Soana è stato bravo e coraggioso riconoscendo questo particolare femminicidio, che solo noi avevamo sollevato in dibattimento, nemmeno la procura aveva fatto altrettanto».
Nella vicenda giudiziaria a carico di Christian Sodano, l’ex finanziere di 28 anni originario di Scauri, autore dell’omicidio di Nicoletta Zomparelli e Renée Amato — madre e sorella della sua ex compagna — sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui, a fine settembre, è stato condannato all’ergastolo. Una pagina dolorosa, ma anche significativa, dal punto di vista giuridico e umano. L’avvocato Gentile spiega: «Quando ho discusso dinanzi alla Corte d’Assise di Latina, come avvocato della parte civile per il Comune di Cisterna, coadiuvato dagli specialisti dello studio INDAGO dell’avvocato Giuliana Marano, ho chiesto ai giudici di riconoscere per la prima volta una variante ancora poco esplorata e molto subdola del femminicidio: il cosiddetto femminicidio “indiretto” o “in vita”. Una forma di annientamento psicologico, inflitta alla donna viva, che viene punita colpendo gli affetti più profondi: un figlio, una madre, una sorella. È la sua condanna perpetua a ricordare, per sempre, il volto di chi ha distrutto tutto. Una violenza raffinata, ma devastante».
L’avvocato Nicodemo Gentile prova a essere ancora più specifico: «Un uomo, escluso dalla vita della donna, riafferma il proprio potere nel modo più vile: privandola di ciò che ama. Il presidente della Corte d’Assise di Latina, Gian Luca Soana, nelle motivazioni della sentenza, lo scrive in modo chiaro: “È una inedita ed invero raccapricciante novità l’omicidio duplice ritorsivo, compiuto per fare soffrire chi ha scelto di non voler proseguire un rapporto sentimentale”. Una frase netta, durissima, che segna un passaggio storico: per la prima volta viene riconosciuta la volontà criminale di colpire gli affetti più stretti come forma di vendetta trasversale per un rifiuto. Non solo un omicidio, ma un messaggio perpetuo di dolore inflitto a chi ha scelto di riprendersi la libertà».
Effetti che oggi sono un peso per la sopravvissuta, Desiree appunto. «Desy, che il Sodano ha lasciato volutamente in vita, oggi, non solo porta il peso immenso del lutto, ma viene costretta a convivere con la consapevolezza che quelle due vite sono state spezzate solo per farle del male. Come ha scritto la Corte: “Ha affermato in modo definitivo il proprio potere costringendola a pensare a lui per tutta la vita, nonostante lo abbia lasciato”».
Ad ogni modo la sentenza rappresenta una prima volta storica. «Questa sentenza non cancella il dolore, ma segna un passaggio importante conclude l’avvocato Nicodemo Gentile - Perché nomina, riconosce e condanna una forma insidiosa di violenza maschile: quella che colpisce dove la donna è più viva, nei suoi legami, nella sua libertà di scegliere. È da lì che dobbiamo ripartire. Dalla verità. Dalla giustizia. E dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome».
Nessun raptus, ma dominio e lucidità
L’analisi della sentenza apre uno spazio di riflessione che va oltre il piano strettamente giuridico, chiamando in causa le dinamiche psicologiche e relazionali che hanno caratterizzato la vicenda. In questa prospettiva si inserisce il contributo della psicologa forense Gabriella Marano, dello studio Indago, che evidenzia come la decisione della Corte rappresenti un passaggio netto nel riconoscimento dei ruoli, nella lettura del trauma della vittima e nell’esclusione di scorciatoie interpretative legate a presunti stati di alterazione psichica dell’imputato.
<La sentenza in esame merita un’attenta analisi anche sotto il profilo delle spinte emotive e delle dinamiche psicologiche sottese, poiché introduce una rilettura chiara e netta dei ruoli relazionali, restituendo coerenza e correttezza interpretativa alla vicenda. In primo luogo, la Corte rimette in asse i ruoli, riabilitando la figura di Desirée, che viene definitivamente sottratta alla narrazione difensiva che la dipingeva come una presunta “ricattatrice”, ovvero come soggetto attivo, provocatorio e responsabile delle reazioni violente dell’imputato. La Corte esclude in modo esplicito che la giovane avesse messo in atto comportamenti ambigui o ambivalenti tali da generare una condizione di soggezione nell’uomo. Al contrario, viene riconosciuto che non era Sodano a essere succube della ragazza, bensì Desirée a trovarsi in una condizione di assoggettamento psicologico nei suoi confronti.
In questa cornice, le oscillazioni comportamentali della vittima, le sue apparenti intermittenze relazionali e decisionali, vengono correttamente interpretate non come segnali di manipolazione da parte della ragazza, bensì come manifestazioni tipiche di uno stato di difficoltà. La Corte, dunque, accoglie una lettura pienamente coerente con la letteratura più aggiornata e moderna, riconoscendo tali condotte come espressione del trauma in atto.
Un ulteriore passaggio di particolare rilievo riguarda la valutazione della presunta ideazione suicidaria dell’imputato. La Corte esclude in modo netto la presenza di una reale volontà di togliersi la vita, affermando in sentenza che quella non era l’intenzione di Sodano. I giudici sottolineano come, qualora vi fosse stata una reale determinazione suicidaria, l’uomo avrebbe potuto portarla a compimento anche in un momento successivo, una volta giunto presso l’abitazione dello zio, dove aveva comunque la disponibilità dell’arma.
Particolarmente significativa è poi la posizione assunta dalla Corte: nessuna apertura rispetto a quella che viene definita “scappatoia psichiatrica”, frequentemente invocata in procedimenti di questo tipo. Con una motivazione articolata e convincente, ribadisce che Sodano ha agito con piena lucidità e freddezza esecutiva. Tale valutazione emerge anche dal fatto che egli non ha agito nei confronti di Desirée con l’intenzione di ucciderla, circostanza che sarebbe stata altamente probabile qualora l’imputato si fosse trovato in uno stato di blackout psicologico o di perdita del controllo.
Viene pertanto esclusa la presenza di un disturbo dissociativo acuto, come sostenuto dal consulente della difesa. Questa esclusione trova ulteriore fondamento nella dinamica omicidiaria, che risulta incompatibile con un’azione impulsiva e disorganizzata: i colpi non sono stati esplosi in modo istintivo, a distanza ravvicinata o “a occhi chiusi”, come dichiarato dall’imputato, bensì da una certa distanza e con una precisione definibile chirurgica. Tali elementi escludono non solo, dunque, lo stato di blackout, ma anche la presenza di una patologia psichiatrica o di un disturbo di personalità tale da compromettere la capacità di intendere e di volere.
La Corte giunge a una conclusione inequivocabile: il femminicidio non è riconducibile a un raptus, né a una condizione di alterazione psichica transitoria. Si tratta, invece, di un’azione consapevole, intenzionale e pienamente controllata, inserita all’interno di una più ampia cornice di violenza e di dominio.
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