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Il caso

Arte senza casa: la pinacoteca ferma da 6 anni

La galleria dell’arte fu chiusa sei anni fa per i lavori al teatro, un patrimonio senza sguardo tra burocrazia e abbandono

Arte senza casa: la pinacoteca ferma da 6 anni

I quadri ci sono. Le sculture anche. Sono lì, appesi o imballati, chiusi in sale silenziose che nessuno attraversa più. Opere nate per essere guardate, studiate, amate, oggi invisibili. È il paradosso della Pinacoteca di Latina: un patrimonio che esiste, ma non vive. Da sei anni, forse di più, le sue porte restano chiuse, mentre la città passa oltre senza poter incrociare lo sguardo della propria storia artistica. La Galleria d’arte moderna e contemporanea ospitata nel Palazzo della Cultura e fondata nel 1937 come Pinacoteca di Littoria, è serrata da anni, vittima di un problema tanto concreto quanto burocratico: ingressi non a norma, certificazioni antincendio mancanti, uscite di sicurezza insufficienti. Lo stesso nodo che per anni ha tenuto chiuso il Teatro D’Annunzio e che ha finito per paralizzare l’intero Palacultura. Risultato: zero mostre, zero attività, zero visitatori. Fanno eccezione solo studiosi e ricercatori, accompagnati caso per caso per consultare un’opera. Per una città giovane come Latina, che non abbonda di musei, e nei quali quelli funzionanti come il Cambellotti sono concessi senza una politica culturale per eventi privati, come nell’ultimo caso di una sfilata per teenager, è una ferita culturale profonda.


E pensare che l’ultimo evento risale a dicembre 2017, quando per l’85° anniversario della città fu allestita la mostra dedicata a “Sibò futurista”, con la donazione al Comune del primo bozzetto della “Nascita di Littoria” del 1935. Da allora, il buio. O meglio, i cartoni. Perché oggi non è chiusa solo la Pinacoteca: il Museo della Medaglia è di fatto smantellato, con le vetrine vuote e le opere imballate; la sala conferenze e il Teatrino dei Mille, un piccolo gioiello cittadino, versano in condizioni di evidente degrado.

La Galleria custodisce circa 400 opere che attraversano le principali correnti artistiche del Novecento, dagli anni Trenta fino al contemporaneo, articolate in sette sale che raccontano un capitolo significativo della storia artistica italiana e del territorio pontino. Eppure oggi, percorrendo il Palacultura, ci si imbatte in un muro vero e proprio: quello costruito per separare definitivamente il Teatro dalla Pinacoteca, una delle prescrizioni dei vigili del fuoco. Il corridoio che portava alle sale espositive finisce lì, contro mattoni mai neppure ridipinti. L’unico accesso rimasto è su via Oreste Leonardi, insufficiente però per ottenere l’agibilità: con un solo ingresso, senza adeguate uscite di sicurezza, la Pinacoteca non può riaprire. Il paradosso, però, si è fatto ancora più evidente più di un anno fa. Mentre la Pinacoteca di Latina restava chiusa, una sua opera era esposta a Roma. L’“Annunciazione” di Pippo Rizzo, dipinto donato dall’artista alla Galleria d’Arte Moderna di Littoria nel 1937, è stato in mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Proprio lì si recò il sindaco Celentano in visita istituzionale per celebrare la valorizzazione dell’opera. Un gesto legittimo, ma che rende plastico il cortocircuito: l’arte di Latina si può ammirare nella capitale, ma non a Latina. Ora la speranza di una futura fruibilità è appesa all’intervento di riqualificazione del Palazzo della Cultura, finanziato con fondi FESR 2021-2027. Il primo lotto da 2,5 milioni riguarda adeguamenti strutturali e antincendio per l’agibilità per il teatro Cafaro, mentre un secondo stralcio da 1,7 milioni riguarderà proprio i lavori della Pinacoteca. Una promessa di rinascita che ha come data di scadenza possibile il 2028, ma che, per rimettere in pista la mission culturale del museo, avrà bisogno di una gestazione più lunga. Perché la Pinacoteca di Latina non necessita solo di lavori: ha bisogno di tornare ad essere un luogo vivo, riconoscibile, aperto. Un posto dove i quadri non restino chiusi nelle scatole, ma tornino finalmente a parlare alla città.

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