Sdraio, lettini e ombrelloni fuori posto, arrivando a occupare oltre mille metri quadrati di un'area che teoricamente doveva essere adibita a spiaggia libera. Questo quanto contestato a un gestore di uno stabilimento balneare di San Felice Circeo, con la vicenda penale arrivata fino in Cassazione. Ieri il deposito delle motivazioni della sentenza pronunciata dalla terza sezione penale, che ha respinto il ricorso del privato condannandolo a pagare pure duemila euro in favore della cassa delle ammende.
I fatti contestati risalgono ad agosto del 2010. Il titolare dello stabilimento, come accennato, viene accusato di aver occupato in modo abusivo un'area di 1020 metri quadrati circa «mediante invasione e posizionamento di attrezzature balneari nell'adiacente arenile libero». A quel punto l'inizio della vicenda giudiziaria, definita in primo grado davanti al giudice del Tribunale di Latina (sezione distaccata di Terracina) che ha condannato l'imputato a 300 euro di ammenda. La sentenza, arrivata nel 2014, è stata impugnata davanti ai giudici della Suprema Corte di Cassazione. Due i motivi del ricorso del privato. In primo luogo - ha sostenuto - il Tribunale non avrebbe valutato le dichiarazioni rese da un teste della difesa all'udienza del 19 settembre 2014. Secondo quella versione dei fatti, «l'attrezzatura rinvenuta all'esterno dell'area in concessione demaniale - riassumono i giudici di legittimità - era stata semplicemente noleggiata ai clienti giornalieri». Una tesi che però non è stata condivisa dai magistrati di primo grado, che hanno sostenuto che le attrezzature non solo venivano noleggiate dallo stabilimento, ma anche posizionate dal personale dello stesso. Per la Cassazione il contestato «travisamento probatorio», come viene definito, non c'è in quanto il ricorrente ha omesso di allegare o riprodurre il verbale dell'udienza.
Il secondo punto su cui si è concentrato il ricorso è quello della «cessazione della permanenza». Un aspetto su cui la Cassazione è stata lapidaria: non solo è del tutto generico, ma anche manifestamente infondato. La prescrizione, infatti, al momento della pronuncia della condanna di primo grado ancora non era intervenuta.
Il ricorso del privato è stato quindi respinto e lo stesso, come accennato, è stato condannato a pagare anche una somma in favore della cassa delle ammende.