Il calcio è lo specchio fedele sociale e politico della nostra città. Lo ha detto il sindaco di Latina Damiano Coletta intervenendo al primo appuntamento del Festival della narrazione, sottotitolo «Raccontare il mondo attraverso il calcio», in corso di svolgimento presso il Circolo cittadino. Una frase buttata lì, probabilmente per cercare di imprimere quel tanto che basta di effetto all'incipit di un discorso affrontato come un palleggio. Strano che a pronunciare una frase del genere sia stato proprio Coletta, perché la prima equazione che ti salta in mente dopo aver ascoltato quel passaggio è che quando i nerazzurri hanno fortemente rischiato di finire nel campionato della massima serie, Latina era una città di serie A, o comunque ad un passo dall'esserlo. E non è proprio così, perché il club del Presidente Pasquale Maietta e del tuttofare Costantino Cha Cha Di Silvio, la squadra arrivata allo spareggio con il Cesena, tutto era fuorché lo specchio fedele della società e della politica della nostra città. E la città che ha assistito alle fortune della squadra di calcio proiettata verso la vittoria del campionato di serie B, in certi momenti anche con forte partecipazione, non era davvero la città di Maietta e di Cha Cha. Probabilmente quello che voleva intendere Coletta, è che alla squadra di Maietta faceva da contraltare l'amministrazione comunale governata da Di Giorgi. Ma questa è una coincidenza, tra le tante che occasionalmente si verificano, non una legge. No, non c'è alcun appiglio solido per sostenere la metafora del calcio specchio dell'anima di una città, sarebbe ingeneroso per l'una e per l'altra realtà volerle accomunare a tutti i costi, unirle in un solo destino. Le capacità tecniche di una squadra, l'abilità di un allenatore e la lungimiranza dei vertici di una società sportiva sono accidenti che a volte si combinano tutti insieme in una miscela esplosiva e magica, e che nulla ha a che spartire con quello che accade oltre la recinzione di un campo da gioco, fuori dai cancelli di uno stadio.
Allo stesso modo, sarebbe ingeneroso accostare il senso etico di un'intera cittadinanza, o anche soltanto della sua parte «normale» prima ancora che migliore, alle disfatte di una società sportiva che venga travolta da accadimenti capaci di trascinarla al fallimento dopo una serie di abili quanto presunte irregolarità nella gestione dei bilanci e dei conti del club.
Checché ne pensino Coletta e i suoi sostenitori, non bastano un'amministrazione o una squadra di calcio a fare una città e a darle un carattere; non ce la farebbero nemmeno se fossero indissolubilmente unite, la società di calcio come un'azienda speciale di proprietà del Comune.
Non ci piace nemmeno l'ultima provocazione dello scrittore Antonio Pennacchi che dallo stesso palco di Coletta ha sostenuto che «la città ha accettato senza fiatare la perdita della serie B perché la squadra era del nero Maietta e dello zingaro Cha Cha», perché a leggere le ragioni a sostegno della richiesta di fallimento della Us Latina Calcio avanzata dalla Procura della Repubblica, non si trova un solo motivo riconducibile a questioni razziali, ma soltanto il riassunto di un vorticoso giro di ammanchi che avrebbero determinato un'esposizione complessiva del club sportivo per oltre 11 milioni di euro. E non ci fa impazzire un sindaco che dimentica di avere a lungo inseguito un pallone da un angolo all'altro del campo di gioco, stagione dopo stagione, immaginiamo trascinato dall'istinto estetico della bellezza di un'affascinante disciplina sportiva piuttosto che dal colore o dall'umore politico di turno che si respirava oltre i cancelli del Francioni. Se c'è qualcosa che accomuna il carattere di una città a tutto quello che accade al suo interno e tutto intorno, è prima di tutto il senso di appartenenza, quella meravigliosa sensazione che ti fa sentire a casa tua in ogni angolo della città nella quale vivi, e che ti invoglia a salutare con un cenno del capo o con un sorriso chiunque incontri sul marciapiede. Merce rara per una città come Latina, dove i nativi non sono più abbastanza numerosi da poter trasmettere ai nuovi arrivati quell'idea di comunità che andiamo ancora sbandierando a sproposito aggrappandoci a quello che siamo stati, a quello che pensavamo di essere, piuttosto che a quello che siamo davvero. Su una cosa il sindaco Coletta ha ragione, ed è quando dice che qui è tutto da ricostruire, dopo aver rimosso le macerie lasciate da troppi anni di cattivo governo della città. Ma una cosa sfugge al primo cittadino: non si ricostruisce dividendo la comunità tra buoni e cattivi. Si può costruire soltanto insieme, tutti.