Per Gaetano Marino era stata scritta una sentenza di morte. Il boss di Secondigliano ucciso sul lungomare di Terracina il 23 agosto del 2012 era braccato. Questo emerge dalle complesse indagini condotte dal commissariato di Terracina che martedì hanno portato all'arresto di quattro persone, tutte ritenute affiliate all'alleanza di camorra degli «scissionisti»: Arcangelo Abbinante, 27 anni considerato l'esecutore materiale, Giuseppe Montanera, 42 anni appartenente al commando, Salvatore Ciotola, di 55 anni e Carmine Rovai, di 50 anni, ritenuti coinvolti nel supporto logistico.

Nel corso di cinque anni gli investigatori hanno ricomposto il complesso mosaico dentro il quale è maturato l'omicidio del boss campano, ovvero la faida tra clan rivali per il controllo dello spaccio di droga a Napoli. Uno dei motivi per cui dietro l'efferata esecuzione in strada, c'è stata un'organizzazione minuziosa, partita circa un mese prima. Nei circa 30 giorni precedenti l'omicidio, a Terracina ci sono stati movimenti frenetici per capire come ammazzare Marino. Ben due «batterie» di fuoco sono state inviate da Napoli. Perché si doveva essere in ogni momento nelle condizioni di sparare ed uccidere. A dirlo, la squadra diretta dal vicequestore aggiunto Bernardino Ponzo, che ha indagato sull'omicidio. «Già un mese prima dell'omicidio - spiega l'ispettore Capo Emanuele Lanzuisi - in città sono arrivati due gruppi di fuoco. Erano preparati ad affrontare qualsiasi evenienza anche un conflitto a fuoco, nel caso Marino fosse scortato e protetto. Si era pensato anche di ucciderlo direttamente in spiaggia». Pronti a tutto. Si immagina anche con armi a sufficienza. Anche se non sono state trovate.

Si spiegherebbe anche l'esistenza di due "covi" in città: l'appartamento in via Friuli Venezia Giulia, preso inizialmente perché si credeva che Marino andasse al mare in quella zona; quello in via Roma, «scelto quando, grazie ai complici sul territorio Rovai e Ciotola, si comprese che Marino andava al mare e alloggiava in un albergo della zona Pineta», prosegue l'ispettore. Le abitudini della vittima sono state studiate al dettaglio: i locali che frequentava, chi vedeva, cosa amava fare. Una volta avuto il quadro chiaro, i killer sono entrati in azione.