«Dalla complessiva ricostruzione della vicenda emerge una gestione di tipo imprenditoriale delle cooperative edilizie, il cui potere decisionale ed economico è risultato accentrato nelle mani di poche persone che, in spregio ai criteri di solidarietà, assistenza amministrativa e supporto hanno fatto degli insediamenti di edilizia economico popolare uno strumento di gestione di potere e risorse, oltre che di arricchimento personale».

Con queste parole, forti e ampiamente esplicative, il giudice monocratico del Tribunale di Velletri, Andrea Gentile, ha motivato la sentenza con cui - lo scorso 27 ottobre - sono stati condannati i quattro imputati nel processo per i presunti raggiri con le cooperative edilizie di Nettuno.

Si tratta, lo ricordiamo, di quattro persone che sono state condannate in primo grado, a vario titolo, per appropriazione indebita, esercizio abusivo dell'attività finanziaria e truffa, con pene che vanno dai tre anni e dieci mesi fino ai due anni e due mesi.  

Il giudice di Velletri, in particolare, ha riconosciuto la responsabilità, in questo giudizio di primo grado, degli imputati, per i vari reati loro ascritti. Decisive, a quanto emerge dalle motivazioni della sentenza, le dichiarazioni accusatorie delle persone offese, ossia le cooperative "Mirella", "Selene", La Famiglia" (quest'ultima difesa dall'avvocato Claudio Capasso, del foro di Velletri), "Azzurra" e "San Gabriele", nonché i 77 soci che si sono anche costituiti parte civile e hanno ottenuto provvisionali per quasi 850mila euro e il risarcimento danni da liquidarsi in sede civile. Le testimonianze assunte come prova durante il processo, infatti, hanno fornito «un giudizio di sicura attendibilità intrinseca per precisione e coerenza del racconto», probato dalla documentazione acquisita in sede di dibattimento e dai risultati degli accertamenti di polizia giudiziaria.

Ciò che stupisce, leggendo le motivazioni della sentenza, è la condotta che alcuni degli imputati avevano tenuto nel corso degli anni: colpisce, ad esempio, la vicenda della cooperativa "Azzurra", coi soci che - negli anni ‘80 - si erano accollati due mutui ventennali, con l'ultima rata pagata a luglio 2006 e con una banca che, qualche mese dopo, comunicò il pignoramento delle loro case poiché vantava un credito di quasi 360mila euro.

In più, è emerso pure il grosso giro di soldi in uscita dalle casse delle cooperative per finire dapprima nelle casse del Consorzio "Cooperative edilizie nettunesi" e, poi, nelle disponibilità di alcuni degli imputati, col Consorzio stesso che chiuse l'ultimo bilancio con un passivo di circa quattro milioni di euro e con le cooperative che, seppure creditrici nei confronti di quest'ultimo, non avrebbero potuto mai riscuotere il denaro. «In sostanza - si legge nelle motivazioni della sentenza - l'ingente mole di versamenti in favore del Consorzio, effettuati nel corso del tempo per celare parzialmente gli ingiustificati ammanchi di cassa dalle varie cooperative, appare essere stata più l'occasione per il depauperamento delle casse degli associati che il sano esercizio dei criteri di mutualità e solidarietà».

Resta, comunque, un dubbio: ma tutti i soldi che, secondo il giudice, sono stati frutto dell'appropriazione indebita di tre degli imputati (escluso Stirpe), dove sono finiti? Questa, forse, è un'altra storia ma, di fatto, a rimetterci sono stati tanti cittadini che, ancora oggi, si trovano con case pignorate e, molto spesso, anche sul lastrico a livello economico.