Un sequestro anomalo di un mercantile italiano, una trattativa sul riscatto ancora più anomala, una somma straordinaria pagata dall'Italia ai pirati. E adesso si scopre che il riscatto di 11 milioni e mezzo di dollari statunitensi è servito per finalità di terrorismo internazionale. Vi anticipiamo il contenuto della richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Roma per uno dei pirati somali che sequestrò la nave. Una verità scomoda a cui si arriva grazie alla caparbia insistenza di Antonio Verrecchia, il marinaio di Gaeta che stava sul mercantile, e all'insistenza del suo avvocato, Enzo Macari.
Fu dunque un sequestro a scopo di terrorismo quello dell'equipaggio della «Savina Caylyn», il mercatile di cui si impossessarono i pirati somali tra febbraio e dicembre 2010 e per il quale fu pagato un riscatto pari a 11 milioni e mezzo di dollari americani. Lo dice il pubblico ministero della Procura di Roma Aitala che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Mohamed Farah, 25 anni, somalo, ritenuto uno dei sequestratori e arrestato dalla Digos di Roma presso presso il centro di permanenza per i rimpatri Pian del Lago di Caltanissetta, dove aveva chiesto lo status di rifugiato. Secondo l'ultima ricostruzione della Procura, che arriva a otto anni esatti dall'inizio della prigionia dei marinai, tra cui Antonio Verrecchia di Gaeta, Farah ebbe un ruolo rilevante nel sequestro della nave armata dalla società «Fratelli D'Amato» di Napoli. Le finalità terroristiche rafforza la già poderosa ipotesi accusatoria che includeva il sequestro di persona e le lesioni gravi in danno dei cinque uomini dell'equipaggio. In specie, ritengono i sostituti procuratori Salvatore Aitala e Sergio Colaiocco che il giovane «in concorso con persone non identificate ha privato della libertà personale, per finalità di terrorismo, Crescenzo Guardascione, Eugenio Bon, Antonio Verrecchia, Giuseppe Lavandera Lubrano, Gianmaria Cesaro, membri dell'equipaggio del mercantile battente bandiera italiana Savina Caylyn». In particolare l'indagato svolse sulla nave sequestrata «funzioni di vigilanza, controllo e organizzazione logistica, mentre l'imbarcazione si trovava ancorata nella rada di Raas Cusbard» e il fatto fu commesso «con finalità di terrorismo consistente nel richiedere da parte dei sequestratori un riscatto in denaro, poi effettivamente corrisposto nella misura di 11.500.000 dollari americani quale prezzo per il rilascio del natante e degli ostaggi, somma in tutto o in parte destinata ad alimentare, rafforzare e comunque agevolare gli scopi di organizzazioni terroristiche, quali Al-Shabaab (anche nota come Ash-Shabaab), Hizbul Shabnaab e Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni e altre». La finalità terroristica veniva attuata anche attraverso condotte di pirateria internazionale, ostacolando la libera navigazione nell'Oceano Indiano e ingenerando uno stato di allarme nelle autorità degli Stati bandiera, in questo caso dell'Italia.Udienza il 24 maggio.