A due mesi dall'udienza che si terrà davanti al gup di Roma sulla richiesta di rinvio a giudizio di Mohamed Farah per il sequestro della Savina Caylyn a scopo di terrorismo, Antonio Verrecchia, uno dei marinai rimasti prigionieri, può finalmente far valere i suo racconto di dolore e sgomento. In una memoria già depositata in Procura dal suo legale, l'avvocato Vincenzo Macari, il marittimo di Gaeta aveva descritto nei dettagli l'incredibile stato di prigionia cui era stato costretto per otto mesi nel 2011. Ma ora quel documento diventa l'agghiacciante cronaca dall'inferno che andrà a corredare gli atti del processo.  La Savina Caylyn e l'intero equipaggio sono stati sequestrati con modalità violente l'otto febbraio del 2011 da pirati somali. Nella memoria scritta dopo la liberazione (avvenuta a dicembre di quello stesso anno) Verrecchia racconta che durante la prigionia «ha subito violenza fisica», ad esempio è stato «legato mani e piedi per più di un'ora, accusato di nascondere il carburante richiesto dagli stessi pirati», ha subito