Per la prima volta Renato Pugliese ha parlato in un'aula di tribunale nella sua nuova veste di collaboratore di giustizia. Lo ha fatto ieri, intervenendo come teste in video conferenza da una località segreta nel corso del processo che si sta celebrando davanti al collegio penale presieduto dal giudice Francesco Valentini a carico dei fratelli Ferdinando Pupetto di 29 anni, difeso dall'avvocato Massimo Mercurelli, e Samuele Di Silvio di 28 anni, difeso da Oreste Palmieri, finiti sul banco degli imputati insieme alla proprietaria di un locale di Sermoneta, Valentina Riccio di 41 anni difesa da Maria Agostina Alla, e al compagno di quest'ultima, Victor Marcovecchio di 36 anni, per l'estorsione ai danni di un ristoratore. Reato commesso nella primavera del 2016 che pochi mesi prima del suo ingresso nel programma di protezione portò anche all'arresto dello stesso Pugliese - la cui posizione è stata stralciata e sarà valutata separatamente - insieme ai due rom e ad Agostino Riccardo che invece ha scelto il rito abbreviato ed è già stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione.
Mentre la sua sagoma compariva sul monitor installato appositamente nell'aula del Tribunale di Latina, Renato Pugliese ha parlato per mezzora circa descrivendo dall'interno i fatti contestati e la forza intimidatrice dei Di Silvio ai quali è imparentato attraverso il padre, Costantino detto Cha Cha tuttora detenuto per la condanna nel processo "Don't touch".
«Nel periodo compreso tra l'arresto di mio padre nell'ottobre 2015 e il nostro arresto nel dicembre dell'anno dopo ho frequentato Agostino Riccardo tutti i giorni dalla mattina alla sera, stavamo sempre insieme - ha detto Pugliese rispondendo alle domande del pubblico ministero Claudio De Lazzaro che ha seguito l'inchiesta insieme al sostituto procuratore Luigia Spinelli - È stato Agostino a dirmi che c'era una persona che conoscevo (la vittima, ndr) che doveva dare dei soldi degli affitti non pagati, per il ristorante che gestiva, a Valentina Riccio e al marito (Victor Marcovecchio, ndr) ed erano stati loro a contattare Agostino per recuperare questi soldi. Io gli avevo detto che questa persona avrebbe pagato, però lui ha voluto chiamare i miei due parenti Ferdinando Pupetto e Samuele perché sapeva che così la persona avrebbe pagato più velocemente. Si sarebbe intimorito. E loro hanno accettato di venire in cambio di un riscontro economico». Nel corso della ricostruzione ha poi ribadito più volte la forza intimidatrice dei Di Silvio.