Tre delle quattro palazzine ancora esistenti del complesso immobiliare delle Salzare di Ardea non saranno demolite.

Lo ha di fatto sancito una delibera di Giunta comunale approvata lo scorso 16 maggio, attraverso la quale il sindaco Mario Savarese e gli assessori - con la sola assenza di Domenico Vozza - hanno dato mandato al dirigente del Servizio Territorio "di porre in essere tutte le attività e azioni volte alla definizione della questione provvedendo alla sanatoria degli immobili".

In altri termini, le palazzine E, F e G costruite sul lungomare di Ardea grazie a un permesso a costruire revocato nel 1997 con annessa ordinanza di demolizione delle opere (riguardante anche le palazzine A, B, C e D, con le prime tre già abbattute, ndr), non sarebbero mai state acquisite al patrimonio comunale: stando a quanto si evince dalla delibera approvata dalla Giunta del MoVimento 5 Stelle, l'ordinanza di acquisizione al patrimonio comunale dell'area del residence "riguarda solamente i fabbricati insistenti sulla particella numero 31 (ora 31, 1031 e 146) sulla quale insistono i fabbricati A, B, C e D, mentre non riguarda - si legge nell'atto - la particella 32, su cui insistono gli altri fabbricati, che non risultano mai acquisiti al patrimonio".

A questo punto, l'unica palazzina che potrebbe essere demolita, allo stato dei fatti, sarebbe la D.

Per le altre, invece, spunta la soluzione della sanatoria edilizia, che consentirebbe agli edifici del "Serpentone" di restare in piedi e agli abitanti che oggi dimorano nelle decine di appartamenti esistenti di poter regolarizzare la posizione urbanistica dello stabile.

Tra l'altro, secondo l'amministrazione pentastellata, ci sarebbe un vantaggio per l'ente e per i cittadini della zona "a una definizione in sanatoria dell'annosa questione" con la possibilità, per chi pagasse le sanzioni previste dalla legge, di ottenere un titolo edilizio legittimo.

Va da sé che, senza l'acquisizione di quei fabbricati al patrimonio pubblico, potrebbe anche cambiare la situazione in merito all'indagine della Corte dei Conti, che chiedeva diversi milioni di euro ai dirigenti comunali del competente settore succedutisi nel tempo per il mancato incasso dei canoni di occupazione abusiva all'interno degli appartamenti che si riteneva potessero essere appartenenti al patrimonio comunale.