I giovani del clan di Campo Boario non riuscivano a tenere a freno l'ambizione di espandere i confini territoriali e soprattutto di fare ricorso alle armi per vendicare i torti dei gruppi concorrenti. Erano talmente determinati che non temevano di affrontare lo scontro con i concorrenti a loro più affini, vale a dire i Ciarelli. A sventare quella che poteva trasformarsi in una feroce guerra, è stato Armando Lallà Di Silvio spegnendo le velleità dei figli, che ai tempi della guerra criminale del 2010 le pistole le avevano impugnate sul serio per consumare una serie di vendette.
Il più agguerrito era Ferdinando Pupetto, il più grande dei figli di Lallà, uno di quelli che aveva alimentato la fama della «Famiglia che spara». Emerge dalle intercettazioni ambientali della Squadra Mobile, ma lo conferma chiaramente anche il collaboratore di giustizia Renato Pugliese. Nel corso di uno degli interrogatori sostenuti davanti ai magistrati dell'Antimafia, il pentito aveva spiegato di come proprio Ferdinando Pupetto, appena uscito dal carcere nel 2016, fosse intenzionato a vendicare il fratello Giuseppe Pasquale ancora detenuto dal 2010. E voleva farlo sparando a Luigi Ciarelli, uno degli esponenti di spicco dell'altro clan rom di Latina, ossia uno dei fratelli di Carmine, leader quest'ultimo del sodalizio di Pantanaccio che fu vittima del tentato omicidio dal quale scaturì la guerra criminale nel gennaio di otto anni fa.
Non è chiaro quale sia il torto da vendicare