Tentato omicidio, estorsione, usura e altri reati con l'aggravante del metodo mafioso. Sono questi i capi di accusa che pendono sui quattro soggetti arrestati ieri mattina dai carabinieri del Gruppo di Frascati in una vasta operazione tra Roma e Latina. Si tratta dell'esecuzione di quattro provvedimenti restrittivi, emessi dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di un gruppo criminale che vede a capo due fratelli di origine calabrese.
Gli arrestati
L'operazione ha preso il via ieri mattina, quando i militari dell'Arma hanno tratto in arresto Patrizio Forniti di Anzio, difeso dall'avvocato Fabrizio D'Amico; Mirko Morgani di Aprilia, difeso dall'avvocato Giuseppe Fevola e i due fratelli Giampiero e Sergio Gangemi di Aprilia, il primo arrestato nella mattinata mentre il secondo, inizialmente irreperibile, si è costituito nel pomeriggio presso il carcere di Velletri (entrambi difesi dagli avvocati Luca Giudetti e Giuseppe Fevola).
Ventotto proiettili a Torvajanica
Gli arresti sono la conclusione di un'attività investigativa iniziata nell'estate del 2016, quando i carabinieri di Frascati e i militari della Compagnia di Pomezia hanno avviato le indagini a seguito di un gravissimo attentato compiuto a Torvajanica. Precisamente due anni fa, infatti, venivano esplosi ventotto colpi di fucile automatico contro l'abitazione di un imprenditore del posto, che in quel momento era in casa con la sua famiglia. Gli attentatori sono stati ripresi dall'impianto di videosorveglianza, che mostrava due soggetti (secondo gli inquirenti Forniti e Morgani) con volto travisato, che si erano fermati davanti al cancello della villa dell'imprenditore. I due erano a bordo di un'auto che poi si è scoperto essere provento di furto. Morgani - sempre secondo gli inquirenti - è salito sul tetto del veicolo per sparare una lunga raffica. I colpi oltre a conficcarsi nei muri, hanno anche raggiunto le finestre del salone della villa, fortunatamente antiproiettili.
Quattro anni di intimidazioni
Partendo da questo singolo atto intimidatorio, i carabinieri sono riusciti a scoprire un vero e proprio sistema di estorsioni e usura. L'evento delittuoso di Torvajanica, infatti, sarebbe solo l'ultimo di una serie di episodi avvenuti tra il 2012 e il 2016, sempre ai danni dello stesso e di un altro imprenditore domiciliato, ai tempi, ad Aprilia. I due erano in società all'interno di un'importante azienda nel settore dell'elettronica. Atti intimidatori che hanno scaraventato le famiglie delle due vittime in un incubo fatto di paura e costante apprensione tale da impedirgli di denunciare subito le gravi minacce. I primi due eventi, verificatisi ad Aprilia contro l'imprenditore del posto, riguardavano in un caso il lancio di alcune cartucce all'interno del giardino della sua abitazione e, nel secondo caso, l'esplosione di alcuni colpi di pistola contro l'appartamento dove, anche in questo caso, erano presenti i familiari. I fatti più gravi però, restano quelli rivolti contro l'imprenditore di Torvajanica: nel 2015 sono state lanciate due bombe a mano e nel 2016 esplosi i ventotto colpi di fucile. Ai carabinieri però, solo quest'ultimo episodio è stato denunciato.
Il prestito e i tassi da usura
Dietro agli atti intimidatori ci sarebbero interessi economici: prestiti usurai e insistenti richieste e minacce aggravate col metodo mafioso. Tutto sarebbe partito da un prestito - investimento di 13 milioni di euro da parte dei fratelli Gangemi all'azienda gestita dai due imprenditori per ricapitalizzare la società. Nel tempo, i due soci hanno dovuto restituire ben 17 milioni di euro. Eppure il debito non era ancora saldato. I fratelli Gangemi avrebbero preteso la restituzione di ulteriori 25 milioni di euro, fra capitale e interessi. Una somma, quest'ultima, mai versata visto che, nel frattempo, la società era fallita. Questo il movente dei gravissimi atti intimidatori. Il gruppo si sarebbe concentrato prima sull'imprenditore di Aprilia fatto oggetto di numerose spedizioni intimidatorie, ma questo, impossibilitato a pagare, si è reso irreperibile all'estero. L'attenzione si è quindi spostata sul socio di Torvajanica, a cui il gruppo ha estorto 300mila euro in contanti e una collezione di Rolex preziosi per 340mila euro, costringendolo a impegnarsi ad estinguere il presunto debito di 25 milioni di euro con pagamenti mensili da 300mila euro e la cessione di preziosi ed immobili di prestigio. Promesse impossibili da mantenere per l'imprenditore, che è così diventato vittima di ulteriori atti intimidatori.
Il metodo mafioso
Le condotte del gruppo hanno l'aggravante del metodo mafioso, ex articolo 416 bis del Codice Penale. A spingere l'autorità giudiziaria a contestare tale aggravante sono le modalità utilizzate per gli atti intimidatori, con particolare riferimento alle armi impiegate e i trascorsi dei due fratelli Gangemi, ritenuti dai militari vicini agli ambienti malavitosi. Nel corso dell'indagine, infatti, è emerso come i due indagati abbiano avuto contatti con personaggi legati alla criminalità organizzata calabrese. Presunti affiliati che, in più occasioni, avrebbero preso parte ad incontri ad Aprilia per concordare con la vittima il piano di rientro delle somme di denaro.

Dalle prime luci dell'alba, i Carabinieri del Gruppo di Frascati, sono stati impegnati fra Roma e Latina per eseguire 4 provvedimenti restrittivi, emessi dal G.I.P. del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili, in concorso fra loro e con ruoli diversi, di tentato omicidio, estorsione, usura ed altri reati. Tutte condotte poste in essere con l'aggravante del metodo mafioso ex art. 416 bis.1 C.P.. Le indagini, condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Frascati con l'ausilio della Compagnia Carabinieri di Pomezia, sono state avviate nell'estate del 2016 in seguito ad un vero e proprio attentato attuato a Pomezia, località Torvajanica, in danno di un imprenditore del posto, mediante l'esplosione di almeno 28 colpi sparati con un fucile automatico all'indirizzo della villa in cui era presente l'uomo unitamente al proprio nucleo familiare. Dalla visione dell'impianto di videosorveglianza esterno al perimetro dell'immobile era stato appurato nell'immediatezza che due persone, entrambe con volto travisato, si erano fermate all'altezza del cancello principale con un'autovettura, risultata poi provento di furto; una delle due, una volta salita sul tetto del veicolo, aveva esploso con un'arma lunga una raffica di colpi, alcuni dei quali avevano impattato anche sulla vetrata a vista del salone della villa, fortunatamente antiproiettili.

Le indagini, protrattesi per diversi mesi, anche con l'ausilio di attività tecniche, hanno permesso di ricostruire che l'evento delittuoso rappresentava solo l'ultimo di altri episodi posti in essere, fra il 2012 ed il 2016, all'indirizzo della stessa vittima e di un altro imprenditore, domiciliato all'epoca ad Aprilia, con il quale l'uomo era in società all'interno di un'importante azienda nel settore dell'elettronica. Gli atti intimidatori attuati dal gruppo criminale hanno fatto registrare un'escalation di violenza nei confronti delle vittime, ingenerando in loro e nei loro familiari un radicale cambiamento delle abitudini di vita. I primi due eventi si sono verificati ad Aprilia in danno dell'imprenditore di Latina, in un caso con il lancio di alcune cartucce all'interno del giardino dell'abitazione e successivamente attraverso l'esplosione di alcuni colpi di pistola all'indirizzo dell'appartamento, al cui interno erano presenti i familiari della vittima. I fatti più gravi si sono svolti però a Torvajanica, nel 2015 mediante il lancio di due bombe a mano, ed infine nel 2016 attraverso l'esplosione di ben 28 colpi di fucile, quest'ultimo l'unico evento che è stato denunciato. 

Gli atti intimidatori, infatti, si inseriscono in una serie di richieste estorsive e ripetute minacce aggravate dal metodo mafioso, disposte da due fratelli calabresi, da anni domiciliati in provincia di Latina e già noti per ulteriori precedenti penali nel campo dei reati finanziari, i quali, a fronte di un prestito/investimento di 13.000.000 di euro nell'azienda gestita di fatto dai due imprenditori per la ricapitalizzazione della società, avevano ricevuto nel tempo, con tassi usurai, la somma di 17.000.000 euro pretendendo la restituzione di ulteriori 25.000.000 di euro, fra capitale ed interessi, somma mai versata per il fallimento della società in questione. Per tale ragione gli aguzzini hanno dapprima preso di mira l'imprenditore di Latina, tentando di estorcergli il denaro anche mediante due atti intimidatori all'indirizzo della sua abitazione e, successivamente, vista l'impossibilità di consegnare l'ingente somma di denaro da parte di quest'ultimo, nel frattempo resosi irreperibile all'estero, estorcevano una somma di denaro quantificata in 300 mila euro in contanti ed una collezione di rolex e preziosi per un valore 340.000 euro al socio imprenditore di Torvajanica, con la promessa da parte di quest'ultimo di estinguere un presunto debito di 25.000.000 euro con pagamenti mensili dell'ordine di 300.000 euro e con la cessione di preziosi ed immobili di prestigio. L'impossibilità anche da parte di quest'ultimo di recuperare l'ingente somma di denaro ha condotto a ripetute minacce e ai due gravissimi atti intimidatori.

Le modalità utilizzate, con particolare riferimento alla tipologia di armi impiegate per la consumazione dei reati, ed i trascorsi dei due fratelli calabresi, ritenuti vicini ad ambienti malavitosi, anche in virtù di frequentazioni con soggetti contigui alla criminalità organizzata, hanno portato alla configurabilità dell'aggravante del metodo mafioso.

D'altra parte, ad ulteriore conferma della loro riconosciuta caratura criminale, anche nel corso dell'indagine è emerso come i due indagati abbiano avuto contatti con personaggi legati alla criminalità organizzata calabrese che, in taluni casi, hanno addirittura preso parte ad alcuni incontri che hanno avuto luogo ad Aprilia e finalizzati a concordare con la vittima il piano di rientro delle somme di denaro pretese in maniera illegittima.