Era candidato ad un posto in Consiglio comunale. Mirko Morgani, classe 1988, a meno di una omonia incredibile e di una data di nascita identica, è il candidato che compare al numero 14 della lista Cambiamenti a sostegno del candidato sindaco Carmen Porcelli. In quella lista è uno dei cinque candidati che hanno ottenuto zero voti. Nemmeno una preferenza, nemmeno la propria. Candidato che, ufficialmente, aveva solo una segnalazione alle forze dell'ordine, mai una condanna o altri guai peggiori con l'ordinamento giuridico. Ma su di lui, da tempo, si stavano svolgendo attente indagini. Abbiamo provato a rintracciare il capolista di Cambiamenti e il candidato sindaco per un commento, senza riuscire a raggiungere il primo e ottenendo dalla seconda questa dichiarazione: «La nostra parola d'ordine è legalità e confidiamo nel lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, affinché svolgano fino in fondo le indagini. Le accuse formulate nei confronti di quella persona sono gravi ma quando ha accetatto la candidatura la sua fedina penale era pulita, altrimenti sarebbe stato cacciato a pedate dalla lista; aggiungo che non si è neanche votato da solo (ha preso zero voti), non ha partecipato mai alla campagna elettorale, né ha mai ritirato il materiale per farsi propaganda. È del tutto evidente che abbia votato qualche altro candidato, non ci sono mancati gli infiltrati del resto. Sarebbe da sapere chi».

Chi è Morgani
Trent'anni compiuti a febbraio, secondo gli inquirenti sarebbe il giovane che, fucile d'assalto automatico in mano, casco e bandana in testa, è sceso dalla Fiat Punto (oggetto di furto) ripresa dalle telecamere di videosorveglianza della villa dell'imprenditore 62enne durante uno dei gravissimi episodi di intimidazione. Le immagini mostrano il giovane armato che sale sul cofano della vettura, poi sul tetto e spara. Si vedono i lampi continui delle esplosioni. Alla fine saranno 28 i colpi che hanno raggiunto la villa in cui, in quel momento, imprenditore e famiglia, stavano dormendo. Colpi che hanno raggiunto le mura, ma anche le vetrate e che solo per l'accortezza del padrone di casa, erano state fatte anti proiettili. Una spregiudicatezza criminale sottolineata dagli inquirenti. L'autore e il complice (Patrizio Forniti), non si sono certamente fatti scrupoli, per loro, probabilmente, era pacifica la possibilità che i colpi penetrassero in casa.
Era l'estate del 2016. Erano già quattro anni che la vittima ed il suo socio in affari, un altro imprenditore di Aprilia, 50 anni a dicembre, erano oggetto di minacce, avvertimenti, intimidazioni. Episodi però mai denunciati. Questo ultimo però, ha segnato il confine tra la paura, l'omertà, e la necessità di intravedere una luce, una speranza in un tunnel di cui non si vedeva l'uscita. Anche a tutela della due famiglie. E se l'imprenditore apriliano, ad un certo punto ha deciso che aveva subito troppe minacce e ha lasciato l'Italia fuggendo all'estero, il 62enne non ha forse potuto fare questa scelta. E' giunta però la denuncia e la richiesta di aiuto. I carabinieri e la Direzione distrettuale anti mafia hanno lavorato per mesi da quell'estate 2016 ricostruendo i quattro anni precedenti e i ruoli dei sospetti. Si è risaliti ai due fratelli Giampaolo e Sergio Gangemi, coloro che avrebbero prestato i soldi ai due soci per salvare la propria ditta. Ben 13 milioni di euro secondo gli inquirenti. Le due vittime nel tempo avevano restituito 17 milioni ma non bastava. I Gangemi ne pretendevano altri 25. Una follia. E l'inizio dell'incubo fatto anche di incontri a cui gli estorsori si presentavano, per aumentare il potere intimidatorio, con soggetti che si scoprirà essere legati a organizzazioni criminali calabresi.

Le bombe esplose in giardino
Ventotto colpi di fucile d'assalto contro l'abitazione privata di una delle vittime, nonostante all'interno della casa ci fosse l'intera famiglia. Un fatto agghiacciante, che però rappresenta solo l'ultima di un'escalation di intimidazioni, la prima delle quali è avvenuta nel 2012.
A ricostruire i fatti sono i carabinieri del Gruppo di Frascati. Nel febbraio di quattro anni fa, ad Aprilia, il gruppo lanciava il primo segnale intimidatorio ai danni di uno dei due soci imprenditori, lasciando nel giardino della sua abitazione diverse munizioni di arma da fuoco, tutte di diverso calibro.
Il secondo atto intimidatorio è stato compiuto due anni dopo, nel maggio del 2014, sempre ai danni dell'imprenditore di Aprilia. In quel caso, vennero esplosi più colpi di arma da fuoco all'indirizzo dell'abitazione del commerciante. La vittima in quel momento era in casa, insieme alla sua famiglia.
Nel febbraio del 2015, l'attenzione del gruppo si sposta verso l'imprenditore di Torvajanica, visto che il socio di Aprilia, nel frattempo, si era reso irreperibile all'estero. In questa data il gruppo aveva lanciato due bombe a mano nel giardino dell'abitazione del commerciante. Soltanto dopo la denuncia, avvenuta in seguito all'attentato del 2016, i carabinieri venivano a sapere del fatto, rilevando ad oltre un anno di distanza le tracce lasciate dall'esplosione.

Estorsione, usura e metodo mafioso: oggi gli interrogatori
Si terranno questa mattina, di fronte al gip nel carcere di Velletri, gli interrogatori di garanzia per le quattro persone arrestate sabato dai carabinieri di Frascati, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia e a seguito dell'ordinanza del Tribunale di Roma, per i reati di usura, tentato omicidio ed estorsione con l'aggravante del metodo mafioso.
Compariranno di fronte al giudice Patrizio Forniti e Mirko Morgani, rispettivamente di Anzio e Aprilia, ritenuti gli esecutori materiali degli attentati.
Con loro i fratelli Giampiero e Sergio Gangemi, il primo arrestato nella mattinata di sabato mentre il secondo, inizialmente irreperibile, si è costituito nel pomeriggio presso il carcere di Velletri.
Patrizio Forniti sarà difeso dall'avvocato Fabrizio D'Amico, mentre Mirko Morgani sarà assistito dall'avvocato Giuseppe Fevola. Quest'ultimo, insieme all'avvocato Luca Giudetti, difenderà anche i fratelli Sergio e Giampiero Morgani.

Quattro anni di terrore prima dell'unica denuncia
Quattro anni di minacce e intimidazioni. Quattro lunghi anni di terrore per due imprenditori e le loro famiglie, prima della denuncia del 2016, l'unica sporta, da cui poi sono iniziate le indagini che hanno scoperto il vaso di Pandora del gruppo criminale che agiva con metodi mafiosi.
La paura delle ritorsioni deve essere stata enorme per i due commercianti, che hanno subito dal 2012 al 2016 intimidazioni di ogni tipo: dalle bombe a mano lanciate in giardino all'esplosione di colpi di arma da fuoco contro le proprie abitazioni. E nonostante ciò, sembra che denunciare subito l'accaduto fosse fuori discussione. Probabilmente, il timore per quello che poteva accadere una volta contattate le forze dell'ordine doveva essere più grande della paura che già erano costretti a provare quotidianamente.
Uno di loro, l'imprenditore di Aprilia, che per diverso tempo è stato il bersaglio numero uno degli atti intimidatori, forse per la sua vicinanza fisica ai mandanti e agli esecutori materiali, è arrivato a far sparire le sue tracce, scappando all'estero. Il secondo imprenditore, quello di Torvajanica, su cui si è successivamente concentrata l'azione del gruppo criminale, sapeva a cosa andava incontro. Un fatto dimostrato dalle finestre antiproiettile installate nella sua abitazione, le stesse che sono state colpite dalla sventagliata di fucile automatico che, nel 2016, è stata indirizzata proprio all'indirizzo della villa dell'imprenditore, che in quel momento era in casa con la sua famiglia.
Questa intimidazione, quella che vedrebbe colpevoli Patrizio Forniti e Mirko Morgani, il primo alla guida dell'auto e il secondo, invece, con il fucile automatico in braccio, è stata l'ultima. Perché dopo l'evento, l'esasperazione deve aver preso il sopravvento sulla paura. E l'imprenditore di Torvajanica ha deciso di denunciare il fatto.
Il resto lo hanno fatto i carabinieri del Gruppo di Frascati, che partendo dalle immagini riprese dalle telecamere di sicurezza, sarebbero riusciti a riconoscere Morgani e Forniti, per poi risalire ai due fratelli Gangemi e al famoso prestito - investimento da 13 milioni di euro, a cui doveva corrispondere un versamento di 42 milioni di euro, cifra impossibile da raccogliere per i due imprenditori (che già avevano dato indietro 17 milioni di euro).
Il coraggio di denunciare quanto accaduto, alla fine è stato trovato, e i quattro anni di terrore si sono conclusi con l'operazione dei militari dell'Arma. Adesso, l'ultima parola al Tribunale.