Era l'agosto della calda estate 1985: una famiglia straniera aveva deciso di passare qualche giorno di vacanza ad Anzio, in una villa. Il giorno 6, però, la tranquillità di queste persone venne turbata da un fatto di cronaca: all'interno della casa si verificò un'esplosione, causata da una fuga di gas partita dalla bombola che alimentava la cucina, che cagionò delle gravi ustioni a un bambino di undici anni, M.A.H., figlio della coppia che prese in locazione la casa. E oggi, a distanza di quasi 33 anni dal fatto, quel ragazzo - diventato un uomo di 44 anni - si è visto negare in via definitiva il risarcimento per i danni patiti. La Corte di Cassazione, infatti, ha rigettato il ricorso promosso dai suoi legali contro la sentenza della Corte d'Appello di Roma pubblicata il 2 ottobre 2015, attraverso la quale i giudici avevano riformato la sentenza di primo grado del Tribunale civile di Velletri - pronunciata il 19 febbraio 2010 - tramite cui venivano condannati al risarcimento dei danni patiti dallo straniero i due titolari della ditta di installazione delle bombole di gas. In particolare, il giudice di Velletri ritenne che i due fratelli, in maniera colposa, non avessero posizionato il tappo di sicurezza sul tubo che collegava l'impianto centralizzato di gas gpl con la cucina dell'appartamento, determinando in tal modo la fuga di gas che provocò l'esplosione, e che entrambi non avessero controllato, prima dell'installazione della bombola, tutto l'impianto centralizzato. La Corte d'Appello fu di diverso avviso e scagionò i due fratelli - nel frattempo deceduti e con la causa passata in mano agli eredi -, specificando come il primo dei due comportamenti sopra citati non fosse provato, mentre per quanto riguarda il secondo venne sottolineata l'estraneità dei due fratelli rispetto ai fatti contestati. La Cassazione, dal canto suo, ha ribadito la validità della sentenza d'Appello, condannando il ricorrente a pagare le spese di giudizio.