La sospensione del finanziamento per il parcheggio di Bazzano da parte della Regione Lazio (che nel frattempo è stato revocato) era legittima. Lo hanno sentenziato i giudici del Consiglio di Stato, che hanno quindi respinto il ricorso promosso dal Comune di Sperlonga. All'Ente toccherà pure pagare le spese processuali in favore della Regione e della famiglia Del Vecchio, proprietaria delle aree oggetto di esproprio, assistita dall'avvocato Francesco Di Ciollo.
Nel provvedimento si ripercorrono tutte le tappe di questa vicenda che ancora oggi continua a far discutere. Risale a qualche giorno fa l'acceso dibattito fra maggioranza e minoranza dopo l'«operazione verità» - così dallo stesso denominata - lanciata dall'assessore D'Arcangelo. I mesi cruciali del "caso Bazzano", per quello che concerne il finanziamento, risalgono all'estate del 2013. Al Comune di Sperlonga è stato concesso un finanziamento di 1,5 milioni di euro. C'è però un inghippo. Le aree, con provvedimento del gip eseguito il 5 agosto 2013, vengono sequestrate. A quel punto gli uffici della Regione, informati del sequestro dai Del Vecchio, legittimamente sospendono il finanziamento. Il Comune aveva omesso di comunicarlo. Per quest'aspetto l'Ente è stato bacchettato dal Consiglio di Stato. «In tal modo il Comune, in violazione dei doveri di lealtà e del generale obbligo di buona fede, ha serbato il silenzio su circostanze significative in quanto ostative al rispetto degli impegni assunti a seguito dell'ammissione al contributo, omettendo di informare la Regione del sequestro preventivo». Sequestro che poi è stato confermato dal Riesame. Le indagini, una volta concluse, hanno portato al rinvio a giudizio di alcuni dipendenti e di un assessore del Comune all'epoca in carica. Sempre in relazione ai lavori oggetto di finanziamento.
I giudici amministrativi di appello, in buona sostanza, hanno confermato il legittimo operato della Regione, che ha sospeso il finanziamento evitando così anche potenziali responsabilità erariali, visto che, essendo sequestrati i terreni, i lavori non avrebbero potuto prendere il via. Le censure mosse dal Comune sono state giudicate quindi infondate. Stesso discorso per la domanda risarcitoria: ne mancano i presupposti. All'Ente, dunque, non resta che pagare le spese di lite.