Era già un mostro di cemento abusivo, inutile per cubatura e collocazione. Ed era già anche l'emblema della «stretta collaborazione» tra costruttori e politica, che spesso sono stati sovrapponibili fisicamente. Da ieri mattina, però, il cantiere di via Piave, di proprietà della Piave Costruzioni srl, è anche considerato una lottizzazione abusiva per la quale sono indagati in concorso, l'ex sindaco Giovanni Di Giorgi, l'ex capo dell'Urbanistica, Ventura Monti, l'ex assessore all'urbanistica Giuseppe Di Rubbo e l'ex consigliere, nonché componente della commissione urbanistica e amministratore unico di Piave Costruzioni, Vincenzo Malvaso. Tutti sono stati già indagati per abuso edilizio e abuso di potere. Il nuovo reato viene contestato sulla base della consulenza svolta per la Procura dai tecnici Tarozzi e Balestrieri. C'è un preambolo in questa vicenda: il procedimento penale avviato nel 2014 e approdato al sequestro il 22 gennaio 2015, che nel luglio dello scorso anno ha portato alla condanna davanti al gup di Vincenzo Malvaso e Giuseppe Di Rubbo; in questo ulteriore filone emerge una condotta «lottizzatoria, fattualmente e giuridicamente ben distinta rispetto alle condotte che, pure, ne rappresentano il presupposto». Così il giudice delle indagini preliminari Mara Mattioli ha motivato il decreto di sequestro notificato ieri mattina agli indagati e che ha portato alla apposizione di nuovi sigilli alla struttura di via Piave da parte del reparto forestale dei carabinieri. La costruzione in via Piave fu resa possibile grazie a uno dei sei piani particolareggiati approvati tra il 2012 e il 2014 dalla Giunta di Giovanni Di Giorgi e che in seguito sono stati annullati dal Comune su conforme parere del responsabile dell'Urbanistica Giovanni Della Penna. Le modalità e il frutto di quelle delibere di Giunta sui sei Ppe hanno prodotto una delle più importanti inchieste sulla commistione tra cemento e politica contestate in provincia di Latina. E di cui il sequestro di ieri mattina è la coda velenosa e forse un po' inaspettata, perlomeno da parte degli indagati. La Procura, invece, proprio in seguito agli annullamenti del Commissario Giacomo Barbato, aveva ripreso a spulciare sul caso di via Piave, obiettivamente tra i più eclatanti visto il ruolo di Vincenzo Malvaso, uno e trino. All'epoca dei fatti era infatti consigliere di maggioranza, membro della Commissione urbanistica e titolare della società che ha beneficiato del piano particolareggiato Piave. Coincidono persino i nomi: la società si chiama Piave Costruzioni, come la strada su cui affaccia il maxicantiere, ora probabilmente destinato alla confisca e all'assorbimento nel patrimonio del Comune di Latina. Sia gli atti già sequestrati che la consulenza tecnica «hanno confermato l'esistenza, nella pratica urbanistica, di macroscopiche violazioni della normativa urbanistica, già evidenziate dalla polizia giudiziaria nell'informativa del 7 maggio 2014, che hanno trovato conferma anche all'esito del giudizio abbreviato con la sentenza del giudice dell'udienza preliminare del luglio 2014». Secondo quanto contenuto nel decreto di sequestro quelle violazioni hanno consentito «a Vincenzo Malvaso, che dal 2007 rivestiva la carica di consigliere comunale, di ottenere il permesso di realizzare un imponente complesso immobiliare». Dunque il Tribunale è convinto, per la seconda volta, che Malvaso senza la qualifica di consigliere eletto non avrebbe mai e poi mai ottenuto un simile favore, non avrebbe mai potuto ricavare un maxicantiere da un vecchio immobile, moltiplicandone il valore economico e dunque aumentando i profitti futuri. A proposito, appunto, di quanto la politica abbia fatto bene al cemento in questa città.