Non ha fatto in tempo ad ottenere giustizia per una trasfusione di sangue infetto perché è morta. E' questa la vicenda che ha riguardato una donna di Latina di 69 anni morta per un tumore e delle metastasi al fegato. La sentenza è stata emessa dalla Corte d'Appello di Roma che ha accolto la richiesta dell'avvocato Renato Mattarelli che assiste la donna contagiata da diverse trasfusioni di sangue che le furono somministrate nel 1974-1975 tra l'ospedale di Velletri e il policlinico Umberto I di Roma. In un primo momento il Tribunale di Roma aveva riconosciuto con una sentenza del 2012 che il Ministero aveva appellato un risarcimento di 130mila euro. La donna è morta nel 2013 e adesso i giudici romani le hanno dato ragione anche se quei soldi non le riceverà mai. C'è da aggiungere che le trasfusioni degli anni ‘70 salvarono la vita alla donna dalla leucemia quando aveva 30 anni ma c'è da sottolineare anche che in quell'occasione è stata infettata. Dieci anni fa la donna ha scoperto di essere stata contagiata dall'epatite C e chiese ed ottenne un primo indennizzo mensile della domma di 710 euro e in un secondo momento è arrivata l'ulteriore causa di risarcimento dei danni del primo e del secondo grado. «La morte della donna del 2013, dovuta fra l'altro da una metastasi al fegato - ha spiegato in una nota l'avvocato Renato Mattarelli - apre la strada ad un'altra inquietante probabilità: le metastasi potrebbero essere conseguenza di un aggravamento dell'epatite C post-trasfusionale. Per questo la famiglia della signora ha già da tempo incaricato l'avvocato Mattarelli di intraprendere una nuova causa contro il Ministero della Salute. L'ipotesi è che quelle trasfusioni non solo hanno provocato l'epatite C alla loro congiunta, ma l'avrebbero anche uccisa».