Niente sanatoria per un immobile costruito a ridosso della spiaggia e conseguente conferma dell'ordine di demolizione, senza prevedere - però - l'acquisizione a patrimonio comunale dell'area di sedime in caso di inottemperanza al provvedimento da parte dei destinatari dell'atto.
È questo quanto stabilito dal Consiglio di Stato con una recente sentenza, attraverso la quale è stato respinto il ricorso dei proprietari di un immobile sito sul Lungomare degli Ardeatini, alla Marina di Ardea, nella fascia di territorio compresa fra la spiaggia e la Litoranea.

In particolare, i giudici di Palazzo Spada hanno confermato la decisione del Tar adottata nel 2012, con la quale venne ribadita la bontà delle iniziative del Comune circa il diniego definitivo all'istanza di condono edilizio del 1985 arrivato nel 2010 e l'ordine di demolizione degli abusi edilizi inviato lo stesso anno (fatta salva la parte, citata poco sopra, relativa all'eventuale acquisizione gratuita dell'area di sedime - il terreno, ndr - da parte dell'ente locale).

Il Consiglio di Stato, "sposando" le ragioni del Tar, ha sottolineato la ragione fondamentale per cui l'abitazione in questione deve essere demolita: è stata costruita in una data posteriore al 22 ottobre 1954, ossia il giorno in cui è entrato in vigore il decreto ministeriale che appone un vincolo integrale su tutta la fascia costiera compresa fra Ostia e Nettuno, includendo dunque anche Anzio e Pomezia (Ardea sarebbe diventata "titolare" del territorio solo nel 1970, quando venne formato il Comune togliendo una porzione di territorio a Pomezia). Il vincolo è valido in una fascia compresa fra la spiaggia e 50 metri a monte della Litoranea, con la casa in questione che si trova fra la strada e il mare.

Tra l'altro, evidenziano i giudici, «se si esaminano le fotografie dello stato dei luoghi è immediato notare che l'immobile in questione è realizzato a ridosso della strada Litoranea, sulla quale ha accesso carraio e, pertanto, si trova sicuramente all'interno della fascia tutelata».
Di conseguenza, il Comune, nel valutare l'istanza di sanatoria, «ha correttamente richiesto il parere ai fini paesaggistici». E questo parere, come sentenziato pure dal Tar, «è tutt'altro che illogico o abnorme, dato che, sempre osservando le fotografie (contenute nella relazione tecnica depositata in primo grado, ndr), è immediatamente percettibile come l'immobile abusivo, che non sembra rivestire oltretutto alcun pregio architettonico, trattandosi in sintesi di un parallelepipedo di cemento, si ponga come elemento del tutto estraneo al paesaggio. Non è pertanto affatto illogico - conclude la sentenza - ritenere che esso ne alteri la percezione».