Diventa definitiva la condanna d'Appello della Corte dei Conti pronunciata nel 2015 nei confronti di un arbitro di calcio iscritto all'Aia (Associazione italiana arbitri) e di un commissario della Can D (la Commissione nazionale arbitri per le partite di Serie D), che ora dovranno risarcire il Coni per un danno erariale da 271.677,07 euro.

La storia
Alla base della richiesta di risarcimento del Comitato olimpico nei confronti dei due uomini, c'è la partita disputata il primo giugno 1997 fra il Rieti e il Pomezia, il cui risultato rientrava all'interno di quelli inseriti nel Totogol. In particolare, i giudici hanno ritenuto che il danno erariale scaturisca dal fatto che il match in questione sia stato sospeso dall'arbitro nei minuti finali, in virtù della quinta espulsione a carico dei giocatori del Pomezia, non essendo più presente il numero minimo di uomini in campo. «Il risultato considerato ai fini della combinazione vincente del concorso pronostici era stato quello di 1-0 in favore del Rieti (punteggio in atto al momento della sospensione) - si legge nelle premesse della sentenza -, in base a un secondo referto arbitrale inviato dall'arbitro, su impulso del commissario, nel quale l'ultima espulsione era stata collocata temporalmente a partita già conclusa». La Corte federale della Figc, però, accertò l'effettiva sospensione della partita e il Coni fu costretto a risarcire, per un totale di circa un miliardo e mezzo di vecchie lire, tutti quei partecipanti al Totogol che avevano presentato ricorso, «essendo interessati - spiegano i giudici della Cassazione - a far valere l'avvenuta sospensione della gara e il conseguente diverso risultato convenzionalmente previsto in tal caso dal regolamento del concorso, cioè lo stesso della prima partita tra quelle in elenco nella relativa giornata».

Ricorso rigettato
Nell'impugnare la sentenza contabile d'appello, gli avvocati dei due uomini hanno essenzialmente contestato la competenza giurisdizionale della materia, non essendo l'arbitro e il commissario due pubblici ufficiali e mancando dunque «una relazione funzionale tra l'autore dell'illecito e l'ente pubblico che ha subito il danno». La Cassazione, pur riconoscendo tale assunto, ha però specificato che l'arbitro è associato all'Aia, che a sua volta è componente della Figc, con quest'ultima federata al Coni. L'arbitro, dunque, dirigendo e controllando le gare, «è colui che è chiamato ad assicurarne il corretto svolgimento». Detto ciò, la compilazione del referto costituisce «un elemento fondamentale, in quanto è l'atto ufficiale che contiene il resoconto dei fatti salienti della partita e attesta il suo risultato - si legge nella sentenza - con le relative conseguenze anche con riguardo ai concorsi pronostici e alle connesse vincite. Ne consegue - concludono i giudici - che l'arbitro è investito di fatto di un'attività avente connotazioni e finalità pubblicistiche, se non altro in quanto inserito nell'apparato organizzativo e nel procedimento di gestione dei concorsi pronostici da parte del Coni, con il connesso impiego di risorse pubbliche». Tale circostanza, dunque, fa emergere quel nesso funzionale fra l'arbitro, il commissario e l'ente pubblico, che configura la responsabilità contabile.