Maria porta a spasso il suo bel nome sudamericano e nessuno la scambierebbe mai per una che ha bisogno del permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Non è sufficientemente scura di pelle, non chiede l'elemosina ai semafori né davanti ai supermercati e non ha tra le mani il telefonino che agli occhi di alcuni rende i profughi meno profughi e disperati. Solo che lei, Maria, di quel permesso umanitario ha bisogno perché altrimenti deve tornare in un Paese che le è ostile e così ha ingaggiato una battaglia giudiziaria con la Questura di Latina che, al primo round, è uscita più che soccombente dalla sentenza del Tar appena pubblicata. A luglio 2017 Maria aveva chiesto l'accertamento sia sul silenzio-inadempimento della questura di Latina sulla domanda di rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari sia sulla fondatezza dell'istanza stessa, suffragata da una serie di motivi previsti dalla legge vigente al momento della presentazione. A quella raccomandata la Questura non ha risposto e la memoria dell'Avvocatura di Stato riferisce che è stato «effettuato ogni accertamento possibile al fine di rintracciare la raccomandata postale indicata... senza reperire alcun plico contenente documenti e/o quant'altro relativo alla straniera». Per i giudici del Tribunale amministrativo di Latina questa giustificazione è inaccettabile.