Parlando a ruota libera con i magistrati dell'Antimafia, il collaboratore di giustizia Agostino Riccardo ha fornito una panoramica della criminalità latinense a partire dagli episodi che lo hanno visto per protagonista. Leggendo le parti desecretate del verbale redatto durante il suo primo interrogatorio, nel luglio dello scorso anno, non potevamo non trovare un riferimento all'episodio che lo ha visto come vittima di una gambizzazione a colpi di pistola nel piazzale del centro commerciale l'Orologio di via Isonzo, la notte del 9 agosto 2006. Agostino rivela che, dopo volta essersi ripreso, cercò un chiarimento e incontrò l'autore di quei fatti, Massimiliano Moro, protagonista della scena criminale latinense per tutti gli anni ‘90 e figura di riferimento per il gruppo di giovani all'epoca emergenti nella malavita locale, tra i quali c'era proprio agostino. Moro verrà ucciso nel gennaio del 2010 nel bel mezzo dell'escalation di vendette tra bande concorrenti.
«Mi trovavo davanti al pub "I Gufi" verso mezzanotte e mezza - spiega proprio il pentito - passò Massimiliano Moro a bordo di una moto guidata dal nipote, entrambi con caschi semintegrali. Massimiliano mi chiamò per nome, scese dalla moto e mi sparò. Sia io che i miei amici fummo feriti con più colpi alle gambe. Io venni colpito da un colpo al polpaccio e da un altro al ginocchio. Quando fui interrogato io non dissi la verità, dissi che non conoscevo le persone che mi avevano sparato».
Aveva 23 anni Agostino Riccardo, ma era già reduce da un periodo di detenzione in carcere e aveva avuto modo di distinguersi per la sua personalità controversa, poco avvezza alle regole non scritte della criminalità. Dai verbali degli interrogatori finora risparmiati dagli omissis dei magistrati, non si evince in maniera chiara quale fosse il motivo, secondo la ricostruzione del collaboratore di giustizia, che ha portato alla sua gambizzazione del 2006, ma sembra di capire che le cause erano da imputare a un dissidio avuto col nipote di Moro. Una volta uscito dall'ospedale, Agostino chiese un chiarimento ai suoi amici, che tutti più o meno ruotavano nello stesso ambiente di Moro. Rivela ora che fu Angelo Travali detto "Palletta" a mettere in chiaro le cose: «Mi disse che eravamo ragazzi e che non potevamo contrastare Massimiliano Moro, la cui personalità criminale era nota... Travali Angelo mi prese un appuntamento con suo padre naturale, Ermanno D'Arienzo detto Topolino, ritenuto uno dei sette uomini d'oro. Ermanno mi fissò un appuntamento nella casa di Sabaudia e vi trovai, seduto su un divano, Massimiliano Moro».
Agostino ricorda bene i particolari di quell'incontro: «Io gli chiesi se fosse normale sparare a un ragazzo giovane e lui mi rassicurò che non aveva voluto ammazzarmi perché altrimenti mi avrebbe sparato in testa. Ermanno lo rimproverò dicendo che avrebbe potuto prima andare da lui, sapendo che ero amico del figlio, ma Massimiliano chiese ad Ermanno cosa avrebbe fatto ove si fosse trattato di suo nipote. Ermanno rispose avrebbe fatto lo stesso. Dopo questi fatti, riconducibili al mese di agosto del 2006, io mi ero ripreso e iniziai con i miei amici a darmi al gioco e alla cocaina. Frequentavo perciò anche Di Silvio Samuele, Pupetto e Pasqualino che erano più piccoli di me e all'epoca facevano furti e rapine. Poiché io ero più grande di loro, mi ritenevano un punto di riferimento. Mi chiamavano col soprannome Tulo Mengr, che vuol dire ciccione nostro».