Si è creata una situazione paradossale tra le pieghe dei processi sostenuti dai personaggi di spicco dei clan Di Silvio e Ciarelli, all'epoca alleati, per l'escalation di vendette che ha macchiato di sangue le cronache latinensi nella prima metà del 2010. Uno dei protagonisti di quella rappresaglia, Carmine Di Silvio, ora 46enne, di recente è uscito sconfitto da una battaglia legale che lo ha visto difendere un concetto negato fino a pochi anni prima: agguati, estorsioni, sequestri di persona e tutti gli atti commessi nove anni fa dai rom per sanare i conti rimasti in sospeso con le fazioni concorrenti, facevano parte di un unico disegno criminoso nella guerra alla fazione opposta. Se questa inizialmente era un'accusa pesante al cospetto dei giudici di primo grado, ora sarebbe favorevole perché consentirebbe ai condannati di accedere a una serie di benefici e sconti di pena. La Suprema Corte di Cassazione ha però rigettato il ricorso, negando la continuazione dei reati che avrebbe comportato appunto la revisione, al ribasso, delle sentenze pronunciate.
Carmine Di Silvio detto Porcellino è il fratello di Giuseppe detto Romolo e zio di Costantino detto Patatone, entrambi detenuti per l'omicidio di Fabio Buonamano del 26 gennaio di nove anni fa, tutti e tre considerati a capo della loro famiglia durante la cosiddetta guerra criminale. Carmine fu arrestato il 12 agosto del 2010 nell'ambito dell'operazione Lince, una delle inchieste avviate dalla Squadra Mobile dopo i fatti di sangue consumati a partire dal gennaio di quell'anno, poi il suo nome è finito anche nel processo Caronte che ha visto i vertici dei clan rom condannati in via definitiva per quella che è stata definita un'associazione per delinquere.
Sono due i procedimenti penali, tutti e due conclusi in via definitiva, che Carmine Di Silvio voleva unificare nella medesima strategia criminale, vale a dire la condanna per i tentati omicidi di Gianfranco Fiori e Maurizio Santucci del 22 maggio e 6 giugno 2010 da un lato, dall'altro per i sequestri di persona con estorsioni e lesioni ai danni di G..L. e S. L. consumati tra il 20 e il 30 giugno dello stesso anno. La difesa del ricorrente puntava a dimostrare appunto un collegamento tra i due periodi, alla luce non solo di un contesto temporale contiguo, ma proprio in virtù del fatto che tutte le violazioni sono state commesse nell'intento di affermare l'egemonia del gruppo criminale di appartenenza ai danni di quello opposto, capeggiato da Mario Nardone. In una delle sentenze infatti, quella per i reati di fine giugno 2010, i giudici non aveva ravvisato elementi di collegamento tra gli episodi delittuosi.
Cercando di dimostrare la continuazione dei reati, Carmine Di Silvio ha di fatto fornito una chiave di lettura inedita, per quei fatti di sangue, a distanza di nove anni, in parte contenuta nella sentenza formulata per i due tentati omicidi. Ovvero, come si legge nei passaggi citati dagli stessi giudici della Corte di Cassazione, che Mario Nardone aveva progettato l'eliminazione fisica di Carmine Di Silvio, come forma di ritorsione agli agguati che lo stesso ricorrente aveva organizzato, con gli altri vertici del clan, ai danni di Gianfranco Fiori e Maurizio Santucci. 

I giudice della Suprema Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso del 46enne sia sul piano giuridico che logico, non potendo riconoscere che al momento dei primi due tentati omicidi, il ricorrente non poteva immaginare il fallimento della propria iniziativa e la reazione dei rivali che ha poi provocato la consumazione degli altri reati.