E' una morte con diverse zone d'ombra quella di Alberto Liberti, ex finanziere di Latina, trovato senza vita la mattina del 17 gennaio del 2018 in località Foce del Duca a Rio Martino. Secondo i familiari non si è suicidato ma è successo qualcosa, è stato vittima di una aggressione. Ci sono infatti dei buchi neri nelle ultime ore di vita dell'uomo, una persona molto conosciuta e apprezzata a Latina.  La Procura e il pm Gregorio Capasso che aveva condotto le indagini lasciando poi il fascicolo al collega Antonio Sgarrella, non avevano ravvisato i margini per andare avanti con le indagini e avevano chiesto l'archiviazione. Per i familiari, assistiti dall'avvocato Amleto Coronella, non si è trattato di un suicidio ma di un omicidio e si sono opposti alla richiesta di archiviazione della Procura.
Ieri si è svolta l'udienza davanti al giudice Giuseppe Cario che è in riserva e dovrà decidere se disporre nuove indagini con un supplemento investigativo oppure archiviare e condividere quindi la prospettazione degli inquirenti. Alberto Liberti è un finanziere in pensione e la mattina del 17 gennaio si alza presto. Sono le 5,30 e va in via Scarlatti in una abitazione dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione - secondo quanto ricostruito dagli investigatori - prende un martello, si procura delle ferite in testa, sale in auto su una Mercedes classe B guidando fino a Rio Martino in località Foce del Duca e poi si lancia e cade in mare. Muore. A rinforzare questa tesi, secondo il pm - anche un presunto stato depressivo che ha indotto la Procura a sostenere che la morte di Alberto Liberti sia stata provocata da una azione autolesiva. Per i familiari non è così.  Questa è la sintesi della ricostruzione degli investigatori che avevano condotto le indagini.  Sono molti gli aspetti di questa vicenda che non convincono i parenti, a partire da un particolare ritenuto molto strano e singolare: Liberti si sarebbe provocato delle ferite con il martello sulla fronte e avrebbe perso molto sangue e mentre percorreva le scale dal rustico al piano di sopra dell'abitazione dove erano in corso i lavori, non ha avuto il minimo sbandamento come invece può avvenire per una botta in testa. Le macchie di sangue infatti - hanno fatto notare i familiari - hanno un andamento quasi rettilineo.  Sempre secondo i parenti, Alberto Liberti sarebbe stato sorretto da un altra persona che lo avrebbe aiutato a salire in auto e che avrebbe chiuso il cancello (di solito restava aperto) dell'abitazione. In un secondo momento sarebbe stato costretto a raggiungere il Lungomare e la ringhiera dove non sono state trovate delle tracce di sangue. La conclusione a cui arrivano i familiari è una: è stato spinto in basso. Se non sono state rinvenute orme dalla polizia - ha sostenuto sempre la difesa - è anche per le particolari condizioni atmosferiche di quel giorno. La famiglia ha chiesto accertamenti su più fronti: per ricercare eventuali tracce di sangue sul muro della scala a casa che porta al rustico e poi di fare luce sul martello e sulle macchie di sangue che erano state fotografe dalla polizia. Infine ci sono anche altre richieste, tra cui quella di disporre una perizia che possa accertare delle tracce sul muro della scala.
Sono diverse le domande senza risposta: le chiavi della casa che stava ristrutturando non sono state trovate. E poi appare strano ai familiari che Alberto Liberti possa essersi provocato delle ferite sulla testa e aver mantenuto una certa lucidità nel guidare per diversi chilometri fino alla Marina e quindi lasciarsi andare e lanciarsi. Per quanto riguarda il suo stato di salute, qualche giorno prima della tragedia, si era limitato a sfogarsi con una persona a lui vicina per le condizioni di salute di un familiare ma non aveva a quanto pare dei sintomi depressivi o di una altra patologia da spingerlo ad un gesto così estremo. La parola adesso al gip.