Lo scorso 7 marzo il giudice del Tribunale di Latina Giorgia Castriota aveva emesso una sentenza per usura bancaria. Era stato il primo caso in assoluto in Italia e nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni del dispositivo che faranno giurisprudenza sotto diversi profili. La parte offesa è anche fallita a causa della sua esposizione. Due condanne e una assoluzione. Al centro della storia - come ha scritto il giudice nel dispositivo - un imprenditore che chiede aiuto, siamo nel 2007 inizia la crisi economica - ribadisce il giudice - e la situazione che deve fronteggiare l'imprenditore nautico che è di Nettuno è seria e chiede un prestito di 900mila euro. «Si era trovato ad affrontare una crisi di liquidità, riceveva commesse da importanti gruppi societari e alcune anche a livello internazionale e aveva acceso due conti correnti nella stessa banca». E' il primo passaggio per contestualizzare i fatti. Secondo il teorema accusatorio, il responsabile dell'area crediti non avrebbe impedito la concessione al richiedente del finanziamento con un tasso superiore a quello consentito. Inoltre l'applicazione del tasso non era stata impedita neanche dagli altri due imputati.  Nell'anno in cui ottiene i soldi i clienti ritardano il pagamento delle fatture ed è a questo punto che nascono i problemi in merito a quanto aveva anticipato la banca. I contratti sottoscritti dalla parte offesa con l'imputato si strutturano - ha osservato il giudice - mediante lo sdoppiamento. Nell'ottobre del 2015 l'imprenditore presenta una integrazione di querela dopo la prima denuncia e lamenta l'applicazione di interessi usurari. Ma c'è di più: a seguito dell'azione giudiziaria per il recupero del credito da parte della banca la sua azienda sarebbe andata in dissesto finanziario irreversibile e infatti il 19 giugno del 2014 il Tribunale di Velletri dichiarava il fallimento dell'imprenditore rigettando anche la richiesta di concordato. Nelle motivazioni del dispositivo, il giudice ha riportato le conclusioni della consulenza del pubblico ministero Claudio De Lazzaro. «Rilevava ancora come la banca avesse applicato al contratto di finanziamento a tranche con scadenza a sei mesi interessi usurai maggiori al tasso soglia e ha evidenziato degli sforamenti più consistenti in virtù dell'adozione di un criterio di calcolo differente rispetto a quello previsto dalle istruzioni per la rilevazione del tasso soglia della Banca d'Italia». Un altro dei passaggi chiave nelle 32 pagine di motivazioni riguardano la condotta della banca. «Tramuta il debito accumulato dall'imprenditore sul conto anticipi in un finanziamento a tranche con scadenza di sei mesi - scrive il giudice e non stata dettata da scelte di solidarietà a favore del proprio cliente in sofferenza ma da precise strategie aziendali per assicurare una gestione efficiente dei propri assetti. La banca ha sostituito uno strumento, quello del conto anticipi in sofferenza, con un altro veicolo di credito precostituendosi in questo modo un titolo più agile da spendere nell'ambito di un eventuale contenzioso con il cliente (ed è un evento probabile alla luce delle condizioni del correntista)». Ma quali sono gli elementi che strutturano il reato? «La banca deve recuperare un milione di euro e fa firmare un contratto di finanziamento con la possibilità di rientro in sei mesi per poi promuovere, sempre la stessa banca, al di fuori del piano di ristrutturazione un giudizio monitorio per ottenere un decreto ingiuntivo e una causa di prelazione nel successivo fallimento». In parole povere la banca decide di sottoscrivere con il cliente o come viene definito da alcuni impiegati della filiale di Latina, «tra i migliori clienti in circolazione», un contratto di finanziamento con uno sforamento minimo del tasso minimo e lo fa perché agisce con un unico interesse - ha messo in rilievo il magistrato - quello di ottenere un'ipoteca in caso di fallimento da utilizzare come titolo di credito privilegiato. Scontato che l'avvocato Luca Recami che assiste i due imputati che sono stati condannati, presenterà ricorso in Appello. Tra le parti civili, oltre all'imprenditore che aveva presentato una denuncia anche il curatore del fallimento dell'azienda, assistiti dall'avvocato Giorgi del Foro di Latina