Era stata la prima e unica volta. Una barca piena di cittadini stranieri, di immigrati che era arrivata alla Marina di Latina, era il 5 ottobre del 2010. Non avevano scelto Lampedusa o le coste siciliane per sbarcare ma quel barcone era arrivato all'alba di un giorno di ottobre alla Marina di Latina e non era passato inosservato. La conseguenza dello sbarco di uno dei tanti viaggi della speranza, era stata l'apertura di una inchiesta per risalire agli organizzatori. Ieri il processo davanti al Collegio Penale presieduto dal giudice Francesco Valentini con i giudici Enrica Villani e Maria Assunta Fosso e al pubblico ministero Giuseppe Miliano, è stato rinviato al 5 maggio del 2020 per la mancanza di testimoni che dovevano deporre.
Le accuse contestate sono quelle di immigrazione clandestina e dopo il rinvio a giudizio disposto nel 2011 a distanza di quasi otto anni ancora non si è arrivati alla conclusione anche per il cambio continuo di collegi.
Sul banco degli imputati c'è El Azalay Mohamed, nato in Egitto, accusato in concorso con altri imputati e di aver preso accordi telefonici con un cittadino egiziano, rimasto ignoto che ha condotto il peschereccio che portava degli immigrati a Latina e che effettuava il trasporto a terra di circa 30 clandestini caricati su due furgoni e su una Ford Fiesta e che erano stati condotti poi successivamente in una abitazione sul litorale tra Latina e Nettuno. Erano stati i carabinieri ad arrestare poche settimane dopo i presunti responsabili di una organizzazione che aveva pianificato lo sbarco nei minimi dettagli ed è emerso che gli indagati, alcuni giorni prima, avevano anche acquistato un piccolo gommone utilizzato per il trasbordo dei clandestini. Ogni clandestino secondo le indagini doveva pagare la somma di 5mila euro. Nel corso delle precedenti udienze del processo era stato ascoltato proprio il proprietario del gommone utilizzato dagli imputati che in aula aveva raccontato di aver riconosciuto il mezzo quando ha visto la notizia dello sbarco dei clandestini al telegiornale e aveva riferito di averlo venduto ad un uomo straniero che lo aveva contattato al telefono. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l'imputato faceva parte di un'organizzazione che aveva organizzato lo sbarco sulla costa pontina nei minimi dettagli. Per la sentenza ci vorrà almeno un anno.