L'Ufficio legale del Comune non condivide alcuni articoli del nuovo Regolamento dell'Avvocatura e decide di impugnare davanti al Tar gli atti che ne hanno consentito l'approvazione e l'adozione. Il Comune è convinto di avere ragione, e decide di resistere in giudizio contro l'Avvocatura comunale. Siamo nel campo aperto del diritto e all'interno delle regole della democrazia, l'uno e l'altro contendente si muovono entro i confini dell'esercizio dei rispettivi poteri per cercare di far valere le proprie ragioni.
Eppure non è tutto così semplice come sembra.
Innanzitutto, come fa un'amministrazione comunale a mettere a punto il nuovo Regolamento dell'Avvocatura senza condividerne, almeno nelle linee generali, l'impostazione e la sostanza con i legali dipendenti del Comune?
Lo potremmo capire se l'Avvocatura comunale fosse un nido di incapaci o un covo di corrotti, ma così non è. Al contrario, lo potremmo capire se gli incapaci e i corrotti fossero gli amministratori che hanno approvato quel nuovo Regolamento, ma così non è.
E allora, dove si annida il cortocircuito che ha determinato questa singolare situazione?