Ha parlato per due ore il pentito più importante del clan Di Silvio. «Mi chiamo Renato Pugliese, tutti sanno chi è mio padre, è Di Silvio Costantino detto Cha Cha, ho vissuto tutta la vita a Latina». Manca qualche minuto alle 16 e l'escussione della pubblica accusa da una località protetta durerà due ore esatte, nel corso delle quali scorre come in un film un pezzo della storia recente e peggiore della città di Latina. Ha un italiano fluente il ragazzo che sta facendo tremare buona parte del capoluogo da un anno e mezzo, sbaglia i congiuntivi e qualche nome dell'ambiente criminale ma non perde un colpo sulla fotografia del dominio esercitato da Armando Lallà Di Silvio, il principale imputato in questo processo che è un troncone dei due scaturiti dall'operazione Alba Pontina. «Stavo con Angelo Travali ma non avevo un buon rapporto con Salvatore Travali perché era uno sbruffone. Poi non mi piaceva il fatto che si sovraesponevano, volevano far vedere che erano tosti. Per esempio non mi è piaciuta la sparatoria al tabacchi di via dei Mille ad agosto 2014. Una cosa del genere a 500 metri dalla questura ti mette le guardie addosso e io avevo già la sorveglianza, non volevo altri problemi. Quindi mi allontanai da Angelo. Stava per uscire dal carcere Pupetto Di Silvio ma intanto, allora, era tutto nostro il territorio, via Nervi, il Vilaggio Trieste, c'era cocaina a non finire. Poi c'era Campo Boario e lì non era terra di conquista, bisognava parlare con Armando. Io mi sono allontanato dai Travali e da Angelo e mi sono proposto ad Armando, in fondo a casa sua io ci sono cresciuto. Io a Travali gli portavo 7-10mila euro a settimana, insomma mi davo da fare, avevo un mio gruppo di ragazzi bravi che portavano parecchi soldi e quindi mi sono proposto ad Armando. Lui pure aveva bisogno di risollevarsi, perché quando è uscito dal carcere non è che facesse tanti soldi, insomma... copriva le spese. Quando sono arrivato io le cose sono cambiate, io ho preso tre chili circa di cocaina e non li ho pagati e lì i soldi sono entrati eh... bene... Ho preso un chilo di cocaina da Peppe D'Alterio e non l'ho pagato, altri 6 etti da Gaetano Moccia a Roma e un altro chilo dal sardo, quello di Sezze, e pure lì non abbiamo pagato e così le cose sono cambiate per Armando e lui ha capito che io mi davo da fare». Nel corso dell'escussione Renato Pugliese fa riferimento anche a quello che è stato uno dei più gravi fatti di sangue degli ultimi 20 anni, l'agguato a Ferdinando Di Silvio, saltato in aria su un'autobomba al lido di Latina nell'estate del 2003. «Quando ho cominciato a muovermi bene c'era in giro la persona che ha fatto saltare in aria mio zio Ferdinando e avevo un po' timore, insomma.. ma Armando mi ha detto ‘vai tranquillo perché allora non ci potevamo muovere, adesso vai, hai il via libera».
Dunque Pugliese pur conoscendo l'autore del delitto, che non è stato mai identificato, non lo dice in aula ma ammette che ne ha avuto paura e che, comunque, il potere conquistato negli anni dai Di Silvio, lo rendeva immune da attacchi. «Ero protetto da Armando e dai figli Samuele e Gianluca, mi sentivo sicuro perché avevo loro alle spalle. Dopo che ho preso la cocaina senza pagarla, molta gente mi cercava veramente, ma io andavo in giro sempre con uno di loro, con Samuele o con Gianluca quindi stavo protetto».