La Corte d'Assise di Latina è stata molto dura con gli assassini di Gloria Pompili e nelle motivazioni della sentenza di condanna mette nero su bianco tutto il biasimo per l'atteggiamento «crudele» degli imputati. Il processo si è caratterizzato per il clima surreale che è emerso dal racconto di una storia al centro della quale c'era una povera ragazza maltrattata e indifesa, ai margini della società e dimenticata anche dai servizi sociali, la cui latitanza viene stigmatizzata nella sentenza pubblicata ieri mattina a firma del Presidente Gian Luca Soana, apparso colpito già nel corso del dibattimento.
Atteggiamento crudele
La Corte aveva condannato gli autori dell'omicidio anche per i maltrattamenti e per questo reato specifico era andata oltre il minimo edittale «tenuto conto della condotta crudele svolta dagli imputati, per più di un anno, nei confronti di Gloria che ha portato la stessa ad essere assoggettata al loro volere; il tutto non fermandosi i due imputati di fronte a nulla, continuando a picchiarla ed anche a costringerla a prostituirsi nonostante le sue oramai pietose condizioni fisiche. In questa azione i due imputati hanno approfittato, con cinica freddezza, delle condizioni psichiche - con un ritardo mentale lieve - e di isolamento sociale di questa ragazza, che è stata abbandonata fin dalla tenera età - tanto da vivere dall'età di sei anni in una casa famiglia - che aveva avuto due bambini da uomo con il quale non ha mai convissuto, che non aveva un'attività lavorativa, che viveva con la madre in una condizione di vita certamente difficile e che ha visto nella proposta della zia una speranza per una vita migliore. Invece, la zia ed il suo compagno, in modo freddo e pianificato, hanno approfittato dell'isolamento sociale di questa ragazza - di fatto abbandonata anche dai servizi sociali che si limitavano a incontri formali e vuoti di contenuto - costringendola, con vera crudeltà, a prostituirsi, picchiandola ed umiliandola, giornalmente, anche dinanzi ai suoi due figli ai quali gli imputati hanno fatto vivere un primo periodo della loro infanzia tremendo di cui porteranno, inevitabilmente, i segni per tutta la vita».

I giudici della Corte di Assise nella sentenza scrivono che durante il processo una testimone ha riferito che «in più occasioni ha notato degli uomini che si recavano presso l'abitazione della Pompili... In alcune di queste circostanze i bambini della Pompili, mentre il cliente era dentro casa con Gloria, venivano posti all'interno del cesto per, poi, essere questo cesto appeso (tramite un cavo di quelli usati per le antenne) sul balcone, in modo da impedire ai bambini di uscire da esso e, evidentemente, di interferire nell'attività materna».

 Il tentativo di depistaggio
La sentenza stigmatizza altresì l'atteggiamento degli imputati in relazione all'iniziale tentativo di sviare le indagini, indicando in un certo «Adriano da Ceccano» l'ipotetico sfruttatore. Come si sa, per il delitto di Gloria Pompili la zia Loide Del Prete e il compagno di lei Saad Mohamed Mohamed Elesh Salem sono stati condannati a 24 anni di reclusione ciascuno più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'interdizione legale durante la pena. E' stato invece assolto Hady Saad Mohamed Mohamed per non aver commesso il fatto.
I figli della vittima, due bambini di cinque e sette anni, sono stati risarciti nella loro qualità di parti civili e restano affidati ad un tutore che li ha rappresentati durante il processo. Ma, come ha chiarito la motivazione della sentenza, i danni che hanno subito da questa vicenda li segneranno in modo indelebile e irrisarcibile per tutta la vita.
Le botte fatali
Secondo la consulenza della dottoressa Cristina Setacci che ha eseguito l'autopsia, Gloria Pompili è morta alle 23.43 del 23 agosto del 2017 a causa di ripetuti colpi di un oggetto «elastico contundente», quindi pugni, calci e un bastone, lo stesso che una cliente dell'albergo vicino alla piazzola di sosta in cui è deceduta ha visto gettare in una siepe dal compagno della zia Loide.

Gloria Pompili era nata a Frosinone il 18 dicembre del 1993 ed è sempre vissuta lì ma dai 7 ai 18 anni è stata ospite in una casa famiglia «in quanto il padre non si interessava di lei, avendo formato un'altra famiglia, e la madre non era in grado di avere cura di Gloria e di suo fratello». Durante quel periodo il personale della struttura di assistenza «ha verificato che Gloria aveva un ritardo cognitivo lieve che la portava ad avere bisogno di maggiori attenzioni simili a quelle richieste da un bambino più piccolo della sua età, ed, inoltre, era emotivamente debole». La sua morte così violenta è diventata subito uno dei casi giudiziari più cruenti affrontati dalla Procura di Latina. Ed era emerso dal primo momento che Gloria era stata vittima di un meccanismo perverso e infernale dentro la sua famiglia.