La prima linea sono anche i luoghi che ricordano la Grande Guerra. Un secolo fa si combatteva in un modo, adesso in un altro. Dall'autostrada Modena- Brennero, passando per Rovereto si vede l'ossario del primo conflitto mondiale. Arco di Trento, è più a sud, a due passi dal lembo estremo del Lago di Garda nel basso Trentino. Antonio Coluzzi e Sonia Martinelli, entrambi medici anestesisti, lui di Latina, lei di Roma ma che fino a poche settimane fa hanno vissuto nel capoluogo pontino, sono dentro l'emergenza del Coronavirus che sta mettendo in ginocchio il Nord Italia.
La provincia di Trento confina con i territori di Brescia e Verona, dove la situazione è quasi al collasso ed è come se fosse schiacciata. Ci sono le piste da sci che permettono in un attimo di entrare e uscire da una provincia, macinare chilometri sulla neve e ritrovarsi da un punto all'altro delle Dolomiti o di una valle.

Marito e moglie si sono trasferiti da due mesi, hanno lasciato Latina dopo tanti anni. Lui è stato anestesista all'Icot e lei al Santa Maria Goretti. Sonia adesso lavora all'ospedale Santa Maria di Rovereto dedicato esclusivamente al Covid, è anestesista in terapia intensiva, Antonio invece è ad Arco dove ci sono i pazienti non in terapia intensiva. E chi meglio di loro può raccontare cosa accade nella trincea di un ospedale. «La situazione è critica, abbiamo avuto un forte contagio dalla Lombardia – spiega il professionista, padre di tre figli - i turni sono impegnativi, qui stanno lavorando anche gli specializzandi ed è tornato il primario che è andato in pensione, giusto per far capire la situazione. D'accordo non siamo ai livelli di Bergamo e Brescia ma il quadro è critico». Sono tanti i momenti difficili in questi giorni dove è necessario avere sempre grande lucidità, equilibrio e capacità decisionale. Antonio Coluzzi è appena rientrato nell'ospedale di Arco dall'ospedale di Trento, dove ha trasportato un paziente di 70 anni. «Qui ci sono anche pazienti giovani, chi di 42 anni, ma anche minori come un ragazzo di 16 anni che è stato in terapia intensiva». Le protezioni usate sono diventate una specie di divisa e rappresentano ormai un rito che si consuma ogni giorno quando ci si prepara per il turno.

Le immagini sono molto forti «Sì, fa effetto – spiega l'anestesista – vedere ad esempio lo stanzone della Rianimazione completamente pieno e vedere anche gente molto giovane intubata. I turni di lavoro sono aumentati, stiamo facendo il massimo e non ci risparmiamo». C'è il camice di carta, gli stivali, il sovrascarpe, un doppio paio di guanti, una mascherina con tutte le protezioni e gli occhiali con una corposa fascia protettiva che possono diventare molto fastidiosi, sembrano quelli da neve ma non lo sono. Quando finirà il turno, Antonio tornerà a casa a Rovereto, con la moglie si alternano per stare insieme ai due figli di nove anni e mezzo, altrimenti sono entrambi in prima linea, c'è una baby sitter. «A casa non parliamo di lavoro, ci godiamo la famiglia, cerchiamo di distrarci, dalla cucina ai giochi da tavolo per ricararci e poi ripartire»