Un vissuto emotivo e professionale costantemente a dura prova in questa emergenza Covid 19 è quello dei professionisti sanitari, in prima linea da quasi due mesi ed esposti al rischio di infezione e a un sovraccarico psicologico non indifferente: costretti a gestire l'epidemia nei vari setting del servizio sanitario facendo fronte alla carenza di adeguati dispositivi di protezione individuale, a turni di lavoro massacranti, fatica fisica e riduzione delle risorse umane. Ed essendo spesso l'unica presenza umana che i malati hanno accanto. Alcuni infermieri formati a Latina hanno poi scelto di lavorare in prima linea dove l'emergenza «brucia» di più. E' il caso di Daniela Campagna, formata al Goretti e oggi in servizio all'Ospedale Maggiore di Lodi, cuore della prima zona rossa della nazione. Dopo la prima testimonianza resa nota dalla professoressa Ernesta Tonini, Daniela torna a parlare del suo vissuto a poco meno di due mesi dal lockdown. «La cosa che terrorizza maggiormente - racconta - sono le tapparelle abbassate in case al pianterreno. Le immagino abitate da coppie di anziani, vengono i brividi a pensare che chi abitava lì non è partito per le ferie... È tosta pensare ai primi giorni qui, paesaggio desolato, strade deserte. Sullo sfondo l'mpetuosità delle acque dell'Adda. Per giorni lo scenario è stato abbastanza pesante: il reparto, di nuova apertura, si è riempito in mezza giornata. 38 degenti, tutti ricoverati con polmonite interstiziale in sospetta infezione da corona virus. Sospetti che poi sono stati confermati dai risultati del tampone, ancora oggi il metodo usato per fare diagnosi certa».